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SSA.1 USCITA 4 – 9 febbraio 2025: FLASSIN

Qualcuno scrive che la gita comincia il giorno prima, io penso che in realtà ci sia solo una lunga pausa in mezzo chiamata settimana in cui la mente corre più e più volte con la memoria all’esperienza recentemente trascorsa pregustando quella imminente. E nel frattempo si fantastica tramite le varie applicazioni e siti web, sulle tonnellate di neve previste che poi, puntualmente, vengono ridimensionate a una timida spolverata.

Ma poiché alcuni miei compagni, con meno esperienza della mia, non hanno ancora avuto la “fantastica” esperienza di incontrare la crosta non portante, la neve gessata o, meglio ancora, la neve-zoccolo-sulle-pelli, non posso che dire una cosa soltanto: “potrebbe andare peggio, potrebbe piovere” cit. E quindi, anche se i cm sono una decina scarsa, che è pochissimo, diciamocelo, alla fine “va bene lo stessooo!!” cit.

Ci si ritrova al solito orario nel solito posto per le gite della VdA; per inciso chi si lamenta dell’orario non ha mai assaporato il ritrovo delle 4.00, tranquilli prima o poi arriva per tutti, e si parte. Per fortuna non tocca a me guidare e quindi, dopo aver conosciuto Andrea, “imbucato” dall’SA2 in cerca di una buona sciata, un’oretta di non si disdegna.

Riprendo i sensi quando abbiamo già imboccato la valle del Gran San Bernardo, da lì a poco scoprirò di essere stato assegnato al gruppo 5, anche questa volta la corda si porta la prossima, e quindi not bad.

Scesi dall’autobus si cercano i compagni di gita Valentina e Gianluca, l’istruttrice Chiara e l’istruttore Stefano, realizziamo che come gruppo potremmo fare da sponsor alla Black Crows e partiamo. Sono tutti simpatici e facciamo subito amicizia.

Anche oggi il panorama è veramente incantato e pian pianino si apre la vista su un bellissimo vallone dove le tracce antropiche sono ridotte al minimo. Se a poca distanza da lì l’essere umano è riuscito ad arrivare con le sue macchine sportive a sgommmare sulla neve disturbando la quiete della natura, qua non è così. La neve sui rami fa la sua porca figura e le nuvole si stanno aprendo come previsto. Le foto verranno sicuramente bene e di questo il mio capogruppo è ben contento.

Il passo è sicuro, costante e rilassato il giusto per far sì che la fatica quasi non si avverta. In meno di due ore siamo già arrivati a metà della gita (1400 D+ in totale).

Giungiamo per primi al punto designato per gavare gli sci e proseguire a piedi, dietro di noi una lunga fila di formichine sta risalendo il pendio.

Come siamo niente di fronte alla maestosità di Madre Natura.

Gli ultimi 50 metri si fanno a piedi perchè non sarebbero banali da scendere con gli sci, se non giri dove devi fai un bel salto e questo gli istruttori penso proprio lo vogliano evitare. Inoltre siamo la metà di mille, tutti in cima non ci staremmo (in realtà è l’anticima ma, come si diceva prima “va bene lo stessooo!”. Siamo scialpinisti, dopotutto, e l’obiettivo è quello di sciare non di ravanare, almeno per il momento).

In punta si scattano foto e girano video del vallone sottostante e delle montagne circostanti. Il sole è uscito del tutto e il contrasto tra il blu del cielo e bianco della neve è qualcosa di meraviglioso. Si beve del tè, ci si congratula e poi si torna giù per lasciare spazio a chi segue.

Bonatti (chi non lo conosce corra a farsi una cultura in merito) una volta disse: “Chi più in alto sale più lontano vede, e chi più lontano vede più a lungo sogna”. Ecco perchè vado in montagna.

Purtroppo scendendo mi rendo conto che a Gianluca è venuta una vescica che lo ha costretto a rallentare il passo e quindi ci sta raggiungendo solo ora. Ma non importa, stringendo i denti sta comunque portando a termine la sua sfida personale ed è questo che amo di questa mia passione e della montagna in generale: nulla è regalato, tutto va conquistato con fatica, sudore e sacrificio. Che poi, in fondo, è un po’ una metafora della vita. Ma vuoi mettere il gusto dopo?

Un’altra cosa che amo è la goduria di sciare in neve fresca, e oggi si è goduto parecchio. Stefano, con la sicurezza di chi quel posto lo conosce bene, sa portarci sui pendii migliori, quelli meno battuti dal sole e dalle persone, dove la neve si è mantenuta meglio ed è tutto un ululato e grida di gioia.

Però non dimentichiamoci che è pur sempre un corso questo. Nonostante il clima sia oramai da gita con amici, ad un certo punto ci fermiamo per la parte pratica di ricerca di un travolto da valanga. Nulla di nuovo, ma tutto utile, nella speranza di imparare l’arte e metterla da parte per non doverla mai veramente usare.

E per finire, dopo aver nutrito lo spirito, bisogna anche nutrire il corpo. Ciò significa consueto banchetto, che, per inciso, rimane sempre carente di un supporto atto a specifica funzione di sostegno, chiamato tavolo. In sua vece sfoggio un tagliere su cui ripropongo una cibaria che va letteralmente a ruba. Bene così: zero sbatta per cucinare, massima soddisfazione dei miei compagni.

Il rientro sembra volare, ci si racconta, confronta, invoglia a fare di più, e rivedersi anche per altre occasioni. Anche questo è uno dei motivi per cui ho deciso di fare questo corso: trovare persone con cui condividere passioni e mi sembra che ci stia riuscendo.

Torno a casa che non ho voglia di fare manco più gli scalini della scala d’ingresso, il mio corpo ha bisogno di riposo ma la mia mente è ricaricata di energia; sento di aver vissuto appieno il tempo trascorso, sono in pace con il mondo.

Alla prossima avventura.

Federico Contardo

Ed ora ecco le foto!