SA2 Valtournanche, Breithorn 4165 mt

12 maggio 2024


Ultima gita del corso SA2. Si deve finire in bellezza, assolutamente un 4.000, non un metro di meno!
La scelta del team istruttori ricade in Valtournanche, sopra Cervinia: il Breithorn.
Le previsioni sono discrete, la famigerata “finestra” c’è e sembra essere bella spalancata.
Il rendez vous è stato scelto con estrema cura, come d’altronde ogni altro dettaglio della gita. Parcheggio
molto comodo per il rientro e abbastanza vicino alla partenza della funivia (unica possibilità per fare un
breve “portage” in questa stagione di abbondante neve) e rigorosamente non a pagamento, così da
dedicare la somma risparmiata alle lattine di birra da scolare al rientro.
Al parcheggio giungono due gruppi: i reduci della giornata campale del 11 maggio, 1.800 mt di dislivello per
oltre 23 km di percorso intorno al Breithorn e il gruppo di allievi proveniente da Torino costretto alla
consueta levataccia.
Grazie al sacrificio della Direttrice Sara, che si è appostata davanti alle biglietterie, molto prima
dell’apertura degli impianti, entriamo in possesso dei biglietti in tempi record e possiamo salire subito sulle
funivie. Scendiamo quasi tutti a Cime Bianche a quota 2.814 mt, mentre un piccolo gruppo preferisce “un
aiutino” proseguendo per Plateau Rosà. L’idea è di riuscire a ricongiungerci prima della cima.
Ci incamminiamo sul pendio, tra una pista da sci e l’altra, verso Testa Grigia. Intravediamo i primi seracchi
sopra e di fianco a noi. E’ l’unico indizio per capire che ormai siamo sul ghiacciaio. L’enorme spessore di
neve di quest’anno non ci ha permesso di individuare dove fosse iniziata la lingua di ghiaccio.
Raggiungiamo in circa un’ora e mezza Testa Grigia e Plateau Rosà. Ricompattiamo il gruppo e ammiriamo
l’immenso panorama di ghiaccio che ci circonda. Ci incamminiamo sul grande falsopiano del Ghiacciaio del
Ventina in direzione della nostra meta: il Braithorn.
Arriviamo a scorgere la cima Occidentale e la cima Centrale. Pensiamo: sembra facile, siamo quasi arrivati!
Continuiamo ad avvicinarci tenendo la destra per puntare al colle posto tra la cima Occidentale e la cima
Centrale. Incominciamo ad intravedere le persone che si stanno arrampicando sui pendii. Accidenti sono
troppo piccole, sono lontanissime! Altro che facile e quasi arrivati. Il Braithorn è enorme, è altissimo, è
lontanissimo. Inizia la salita al colle, il pendio si fa più ripido. L’aria diventa “sottile”; ci stiamo avvicinando
ai 4.000 e si sente. Non c’è barretta, gel, o bevanda che smorzi la fatica. Non c’è modo di saziare i polmoni,
l’aria che entra non basta mai. Bisogna rallentare il passo, non guardare continuamente quanto manca e
ignorare le vocine che ti dicono “Basta! Torna in dietro, è ora di scendere!”. Non c’è allenamento che ti
prepara all’altitudine. Solo la forza di volontà e la voglia di arrivare in cima ti fanno proseguire.
Arriviamo finalmente al colle in 4 ore dalla partenza, 4.100mt. Ci aspetta alla nostra destra la cima Centrale
4.159 mt, raggiungibile percorrendo una bella e facile cresta di neve da affrontare con ramponi e piccozza.
La percorriamo in una ventina di minuti. Che spettacolo! Circondati a 360 gradi da montagne e ghiacciai. E
le nuvole: così diverse dal solito! Siamo abituati a vederle dal basso grigie e piatte. Ma da lassù, le vediamo
illuminate dal sole, bianche e paffute, come meringhe e panna montata.
Non c’è tempo da perdere in troppe contemplazioni. L’umidità dell’aria sta aumentando e il tempo sembra
peggiorare. Ritorniamo al colle, posizioniamo gli sci sullo zaino e ci incamminiamo sulla cresta, più ripida e
aerea della precedente, che porta in circa 40 minuti alla cima Occidentale del Breithorn, 4.164mt,
formalmente è il nostro secondo 4.000 della giornata.
Qui possiamo rilassarci, ormai ci attende solo la discesa.

Enzo ci indica e elenca i nomi di tutte le cime che ci circondano.: Dufour, Gnifetti, Corno Nero, Liskamm,
Castore, Polluce, sono quelle che sono riuscito a ricordare. Il Cervino è restato nascosto dietro le nuvole
per tutto il giorno, che timidone!
Infiliamo gli sci e iniziamo la discesa sul fianco della Cima Occidentale. Neve difficile, pesante e con solchi di
precedenti tracce ghiacciati. Ce la caviamo nonostante la fatica e le gambe come “tronchetti della felicità”.
In 40 minuti raggiungiamo le piste da sci. La discesa diventa meravigliosa perché prosegue sulle piste
perfettamente innevate, lisce e battute, fino a Cervinia. Ci togliamo gli sci e approntiamo il rituale
banchetto post gita, come sempre sull’asfalto del parcheggio, divorando tutto in pochi minuti.
Si, il corso SA2 è proprio finito in bellezza: grande gita, ghiacciai, cime meravigliose, e due 4.000!.
Ringrazio con affetto tutti gli istruttori che hanno condiviso con noi il loro amore e rispetto per la
montagna.

Ringrazio tutti gli allievi, compagni e amici, di questo meraviglioso corso SA2, “il migliore degli ultimi 35 anni”()!

Ciao a tutti e arrivederci sulle prossime cime!

L’allievo senior Giovanni Bertolaja

() così ci ha definito Enzo nel discorso di fine corso … chissà che non lo dica sempre ad ogni conclusione di
corso …  …chissà ?

22.0

Dal 25 al 28 Aprile presso il RIFUGIO BRANCA

Santa Caterina Valfurva, SO.

“Chi più in alto sale, più lontano vede; chi più lontano vede, più a lungo sogna.”
Ad inizio anno effettuando l’iscrizione al famigerato corso di sci alpinismo avanzato sicuramente
i quattro giorni consecutivi, durante il ponte del 25 aprile, hanno influenzato le nostre scelte in
modo preponderante caricandolo di grande aspettativa e curiosità.
Ed eccoci in un batter d’occhio, a fine aprile, a preparare lo zaino per quattro giorni di sci
alpinismo in Valfurva.
Dai bollettini metereologici non ci aspettano grandi giornate, per cui decidiamo di sfruttare la
finestra di sole che dovrebbe regalarci il primo giorno svegliandoci alle 3 del mattino, ormai pare
essere diventato un gioco svegliarsi sempre prima.
Così, dopo 4 ore di sonno, ci ritroviamo alle 4 del mattino al solito ritrovo in Corso Giulio Cesare,
fortunatamente gli equipaggi sono già stati fatti e in poco tempo siamo in macchina sognando
cosa ci aspetterà.
Da programma ci sarebbe una cima non troppo impegnativa lasciando tutto il materiale
necessario per le notti in rifugio in macchina, per poi riprenderlo finita la gita. Inaspettatamente,
giunti al parcheggio dei Forni, ci aspetta una giornata tanto soleggiata quanto fredda e così
sotto il consiglio di Francesco Berta e Giulia Campagnoni, con cui avremo la fortuna di
condividere la vetta, viene deciso di cambiare programma e puntare a Cima di Pejo 3549m.
Galvanizzati ed entusiasti partiamo in direzione Cima di Pejo, lungo la strada lasciamo ciò che
ci servirà per i giorni in rifugio alleggerendo i nostri zaini di parecchio e tra un’inversione, un
seracco e un canalino da risalire arriviamo alla vetta. In poco più di 7 ore facciamo da 2139m a
3549m, non male come primo giorno. La vetta e il cielo limpido ci regalano un panorama
mozzafiato, ma la farina che troviamo scendendo è un’emozione unica capace di trasformarci in
pittori che con delicatezza e felicità si divertono a pennellare curve degne di essere
fotografate.
Arrivati al Rifugio Branca ci sistemiamo nelle stanze aspettando con ansia la cena tra una birra
e quattro chiacchere. Con un po’ di incertezza, rispetto al giorno che verrà, andiamo a dormire.
La sveglia suona alle 5:30. Guardiamo fuori e il meteo sembra essere dalla nostra parte.
Colazione e si parte in direzione Palon de la Mare 3703m, il gruppo di testa deve aver fatto il
pieno di energie perché in poco meno di 3h e 30 ci ritroviamo in vetta. Il sole che ci ha
accompagnati per tutto il percorso, arrivati alla cima, però, lascia il posto a nebbia e vento che
non ci permettono di ammirare vette future. Pochi minuti per cambiarsi e spellare molto
velocemente ed eccoci a dimenticare in un batti baleno il freddo e stampare sui nostri volti e nei
nostri sguardi lo stupore e la felicità di sci alpinisti tornati bambini, grazie alla farina che troviamo
scendendo.
Al nostro arrivo al rifugio ci accoglie, quella che nei giorni diventerà la stanza degli odori o degli
orrori, la ski room dall’odore inconfondibile delle fatiche e del sudore di sci alpinisti felici.
Il pomeriggio ci regala momenti di condivisione, tra una birretta e partite di Uno-Solo che
renderanno il gruppo sempre più unito e il clima in rifugio inebriante di risate e battute.
Il Rifugio Branca non perde un colpo e ad ogni cena ci regala pietanze sempre più buone, ma
quando avremo la possibilità di assaggiare quel fantastico piatto di pizzoccheri che qualche ora
prima ci passò davanti?
Il meteo per il giorno seguente sembra peggiorare, ma ormai confidiamo nella finestra di bel
tempo che ci ha assistito. Finestra prevista tra le 10 e le 12. Sveglia alle 5:30 e alle 7 pronti a
partire, direzione Cima San Matteo. Il meteo non è dalla nostra, nella notte è sceso qualche
centimetro di neve ricoprendo la traccia di risalita ed ad ogni metro di altitudine guadagnato la
nebbia diventa sempre più fitta fin quando, dopo 500m, non riusciamo più a distinguere la neve
dal cielo. La finestra si è decisamente chiusa senza grandi velleità di cambiamento.
Ci fermiamo ed inizia un tempo di valutazione ed attesa per decidere se continuare o rientrare.
Si decide di spellare e magari provare a salire sulla Cima Branca, dove, a quanto sembra,
dovrebbe essersi aperto un piccolo spiraglio di luce. La montagna ci insegna così ad essere
umili ed avere il rispetto di lei, a non crederci capaci di essere invincibili, ma anzi ad usare il
cervello con saggezza per saperci sempre divertire in sicurezza. Non ci lasciamo abbattere,
arrivati al rifugio rimettiamo le pelli e via verso Cima Branca 3000m. Salendo, però, la voce

inizia a girare e l’ora di pranzo ad avvicinarsi. Ci meritiamo un buon piatto di pizzoccheri al
rientro. Le aspettative erano tante, ma il gusto ancor di più. Poco tempo per rilassarsi e poi tutti
fuori a vedere e provar a fare i paranchi per imparare a recupere un compagno in caso di
caduta in un crepaccio.
Si conclude così una giornata all’insegna dell’apprendimento, della valutazione e della sicurezza
aspetti che contraddistinguono, da sempre, ogni corso di sci alpinismo della Scuola del Cai
Uget.
Si sa, quando si ci diverte il tempo vola, e senza rendercene conto siamo arrivati all’ultima
giornata. Le previsioni non danno speranza e ormai la finestra di bel tempo pare,
inesorabilmente, allontanarsi, concedendoci 30min di sonno in più.
Ci prepariamo e pronti a partire con destinazione Cima San Giacomo. Nevica e la nebbia è
decisamente fitta, ma noi abbiamo Francesco Berta a farci da guida che con serenità e
tranquillità, un’inversione dopo l’altra, ci porta fino al colle sotto la vetta.
Quello che più mi colpisce è la naturalezza, la confidenza e la sicurezza che Francesco ha con
le sue montagne tanto da riconoscerne i pendii, le curve e le rocce senza veder nulla
regalandoci una discesa in neve fresca spettacolare.
Riassumendo in poche parole questi quattro giorni vorrei usare le parole del grande Walter
Bonatti “Chi più in alto sale, più lontano vede; chi più lontano vede, più a lungo sogna.”
Questi giorni così pieni di condivisione e bellezza ci aprono a nuovi obiettivi e vette. Le grandi
aspettative che avevamo per questo tempo sono state superate di gran lunga riconoscendo nei
compagni di cordata e nella scuola grandi amicizie e competenze.


Semplicemente Grazie a tutti!

Agnese Amoretti

Giorno 1

10

Giorno 2

47

Giorno 3+4

60.0

13 e 14 APRILE SA2 IN VAL FORMAZZA

Gita di due giorni in Val Formazza 13-14 aprile SA2

Sabato, la sveglia suona alle 4.00 tra un mix di eccitazione ed irritazione colazione e via al ritrovo.

Formate le macchine ci aspe<ano 2.30 h di viaggio per raggiungere Riale, in val formazza.

Sci ai piedi per le 8.30 e si parte in direzione del rifugio Maria Luisa, gli zaini sono molto più grandi e pesanti del solito: ci portiamo dietro il solito kit artva pala, sonda e rampant ma da bravi allievi dell’sa2 non possono mancare imbrago, cordini, ramponi e corde.

400 metri di dislivello e scarichiamo una piccola parte di zaino al rifugio, non ci possiamo beare troppo dello scenario pi<oresco perché giusto il tempo di riorganizzarsi e si riparte.

Il sole è alto ma non ci facciamo scoraggiare, per arrivare a punta di Valrossa ci aspe<ano altri 800 metri di dislivello.

Mentre saliamo possiamo osservare le numerose valanghe a pera dei giorni precedenti come anche la ormai immancabile sabbia rosa.

Più si sale più il caldo diventa insistente, gli atleti iniziano a cedere, neanche delle discutibili tecniche di rimorchio riescono a tirarci su di morale e di energia. Poi arriva un grido, tipo scena finale del signore degli anelli “arrivano le aquile”, si sente invece “qua c’è un po’ più di aria”, allora non ci si arrende pian pianino si riparte e finalmente si arriva in cima.

La visita ripaga, ma il vento dura poco e allora si riscende.

La neve è pesante ma sciabile, quindi un paio di belle curve riusciamo a farle, mentre ci avviciniamo al rifugio la qualità della neve peggiora ma l’idea delle birre<e ci rincuora.

Corsa alle sdraio e abbiamo un’ore<a di relax, prima di dividerci in 3 gruppi per fare esercitazioni.

Un gruppo, so<o la guida del saggio Alberto, si dedica alla stratigrafia, per farlo ovviamente prima bisogna spalare e i nostri baldi giovani non si fanno pregare. Osserviamo gli strati nevosi e notiamo che ci sono ben poche differenze passando dal suolo alla superficie, ad eccezione di 2 strati a circa 30 cm dalla superficie facilmente riconoscibile per il colore rosso della sabbia del saarah. Successivamente si passa alla misura della temperatura e notiamo un isoterma quasi perfe<o ( chiedere ad Alberto per approfondimenti). Infine si valuta la durezza delle neve: morbido in superficie, leggermente più duro all’ aumentare della profondità e a<enzione a<enzione a 50 cm del suolo troviamo un altro strato morbido che ha generato un gran stupore generale.

Una delle altre due esercitazioni invece ci vedeva impiegati nella ricerca dell’artva a più di due metri di profondità, finalmente abbiamo potuto esercitarci con profondità maggiori dai soliti 30/40 cm. Sicuramente la ricerca ed il sondaggio può risultare più complicata anche per i più esperti. Un plauso alla nostra dire<rice per il gesto atletico nel seppellimento dell’artva.

L’ultima esercitazione me<eva alla prova la nostra abilità nel riconoscere una persona rispe<o ad altro durante il sondaggio, sicuramente i due Luca hanno apprezzato essere infilzati da 15 allievi.

Finalmente entriamo in rifugio, anche dentro molto accogliente, e tra un lavaggio di piedi e un cambio di outfit, siamo pronti ahimè non a mangiare, bensì a riescercitarci con i vari nodi. si nota subito la differenza tra chi è più esperto e meno, ed anche la fame non aiuta ad applicarsi. E poi il gestore ha pronunciato le parole che più aspe<avamo “è pronta la cena”. Lasagne, riso<i, cotechini e tomini; la cena è deliziosa e i bis non si fanno a<endere.

Stranamente scarseggiano gli alcolici, forse perché ci era stato appena comunicato che la sveglia dell’indomani sarebbe stata di nuovo alle 4.00. E quindi ci si riprepara lo zaino, si rime<ono le pelli e ci si prepara per la no<e, chi su un comodo materasso e chi su un comodo corridoio.

Domenica

Neanche 5 ore e ci ritroviamo a tavola. Le parole scarseggiano e anche i bis. Ma c’era veramente la torta al cioccolato?

5.30 usciamo dal rifugio con sci ai piedi ed anche questa volta lo scenario ripaga la sveglia: cielo stellato, i piccoli gruppi si dividono e partono facendo luce nella no<e.

Arriviamo alle prime luci dell’alba all’a<acco del canale. La neve è croccante, nella no<e qualcosa ha rigelato nonostante la temperatura relativamente alta (confermando leziona della sera precedente), quindi rampant ai piedi e si inizia la salita.

Un’inversione tira l’altra ed arriviamo al colle, altezza 2700 metri circa. Da qui in poi inizia la parte tecnica della gita.

Superato un ostico traverso sul ripido pendio ci troviamo ai piedi del ghiacciaio, solo una discesina con crepaccio terminale ci separano da esso, condita da qualche rimprovero su dove rime<ere gli sci.

È il momento di me<ere all’opera la nostra preparazione sui nodi, in scioltezza e in neanche un’ora siamo cordati e pronti a ripartire. Affrontiamo il ghiacciaio un’inversione dopo un’altra, inizia ad arrivare il caldo e le energie calano. Ma sembra manchi ancora molto alla

cima, in realtà ai piedi dell’ultimo pendio ci liberiamo dai pesanti compagni di cordata e siamo pronti a fare le ultime bollenti inversioni prima di lasciare gli sci.

Bisogna tirare fuori picca e ramponi, dimostrando che tu<a l’a<rezzatura nello zaino avesse un senso. Incalziamo la cresta con grinta, la visuale dalla ve<a ci aspe<a, ma senza la corda fissata dagli istru<ori, non si sa in quanti l’avrebbero raggiunta, incluso l sa2 di Lecco.

È ora di scendere, non per Luca e Davide che si sono affezionati alla cima, la discesa sul ghiaccio è veramente bella (abbiamo finito gli agge<ivi), scendiamo allegri e pimpanti, fino al momento di rime<ere le pelli. cambiamo asse<o per riaffrontare il traverso della ma<inata, manteniamo bene le distanze per non irritare troppo la montagna al nostro passaggio.

Il canale in discesa ci regala emozioni, gli sci scorrono so<o i piedi ed arriviamo in un ba<ibaleno al pane<one che ci riporta al rifugio. E qua è ora di spingere. Ma di nuovo il pensiero delle birre e delle sdraio non ci fa mollare.

Il weekend sta volgendo al termine, è ora di tornare al parcheggio, la neve nell’ultimo pezzo è “leggermente” pesante. La paura di perdere le ginocchia è tanta, ed a parte qualche intrepido sciatore si procede con cautela.

Si arriva al parcheggio e finalmente si tolgono gli scarponi, ci guardiamo in faccia e capiamo che oltre a fare pratica con i nodi, in vista della gita da 4 giorni, dovremmo esercitarci anche a me<ere la crema solare

Ah la meta di oggi era cima Basodino 3200 mt slm, avremmo altre cose da aggiungere ma siamo arrivati a Torino.

Federica, con la scarsa collaborazione dei compagni di macchina (Davide Alberto e Guglielmo)

49.1
foto di sabato
26.0
foto di domenica
video di Stefano B.

I^ USCITA SSA2, ROSSA DI SEA

VALLI DI LANZO, DAL PIAN DELLA MUSSA

Molto soffrì nel glorioso acquisto

Questo verso continua a venirmi in mente, come i ritornelli dei tormentoni estivi che ti entrano in
testa, mentre con i ramponi salgo un canalino ripido e stretto, zaino e sci in spalla.
Credo che qualche sinapsi colleghi la situazione al bellissimo tema recentemente assegnato a mio
figlio: il confronto tra il proemio dell’Orlando Furioso e quello della Gerusalemme Liberata.
Li ripropongo, come invito alla lettura, e come omaggio ad una docente, che – con un coraggio che
rasenta la temerarietà – ha propinato a teenager fruitori compulsivi di TIK TOK e Instagram
argomenti lontani anni luce dalla loro quotidianità.

Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,
le cortesie, l’audaci imprese io canto

Canto l’arme pietose, e ’l Capitano
Che ’l gran sepolcro liberò di Cristo.
Molto egli oprò col senno e con la mano;
Molto soffrì nel glorioso acquisto:

I primi versi preannunciano già moltissimo dei poemi: gli infiniti intrecci che l’Ariosto si prepara a
dipanare (oggi farebbe lo sceneggiatore di fiction); la precisione del Tasso, che subito punta un
faro sul suo condottiero, Goffredo di Buglione; l’ossimoro “armi pietose”, con la “pietas” che è
quella di Enea, e non c’entra nulla con la pietà che faccio io quando arranco in salita o discesa.
Come sarebbe bello dedicarci oggi a questi temi, ora che abbiamo letto di più, abbiamo più
strumenti per capire, siamo più maturi.
Nota a margine: tengo a precisare che in ambito scientifico, di tutti gli studi fatti, ricordo, oltre alle
tabelline, solo (a + b) 2 , che – senza avere la più pallida idea del perché – credo faccia a 2 + 2ab + b 2 .
Ore di lezione spazzate via, come lacrime nella pioggia. Ho una memoria selettiva.
Lo so, l’ho presa alla larga.
Ero partito bene, entrando in medias res, ma poi ho divagato. Avrei potuto iniziare dalla sveglia,
che ha suonato alle 04.20. Dal ritrovo a Venaria. Dalla risalita sui tornanti della valle buia, con Riky
che – sognando una sosta caffè (invano, sono le 06.30) – guida come un pilota di Formula 1.
Meta Balme. Solo perché ci sono le condizioni di neve migliori di tutto l’arco alpino. Anche se
qualcuno ha accennato alla lobby degli istruttori della Val di Lanzo, potente come la corrente
andreottiana della DC anni ’80. Non è vero, è la solita macchina del fango, Kia è di Torino, ed ha
subito detto sì. Omettiamo il fatto che Kia è la donna che dice sempre sì (alle gite).

Oggi è la prima uscita dell’SSA2, il corso avanzato. Che differenza con la prima dell’SSA1. Allora il
pullman, tanti neofiti, una festosa confusione, condita di un po’ di imbarazzo. Qui tutti pronti,
determinati. Il solito drastico crollo della presenza femminile.
Prima di calzare gli sci, Luca ci descrive la gita. Quando pronuncia “canalino” e spiega “è una gita
un po’ particolare” abbiamo già capito come andrà. La prima mezz’oretta – risalendo la stradina,
con dolce pendenza – non ci illude. Presto l’abbandoniamo, e ci raduniamo alla base del canalino.
Qualche inversione, e poi tocca ai ramponi.
Salgo, lentamente. Alcuni culi sopra di me; alcune facce stravolte quasi come la mia, sotto di me.
Lontano, i gruppi di testa, che non si faranno mai raggiungere, neppure quando usciremo dal
canalino, leveremo i raponi, rimetteremo gli sci ai piedi.
Ma li avete odiati anche voi quelli che quando arrivi trafelato, ripartono riposati? Manco fosse una
staffetta. Ma aspetta, facciamo quattro chiacchiere!
Prima che mi scappi, ho giusto il tempo di fare – per la millesima volta, la millesima gita – la solita
battuta a Vitto: “Che bello fare le gite insieme… domani, controlla i necrologi della Stampa, mi
raccomando! Così vedi se sono rientrato o no”.
Il tempo è nuvoloso. Saliamo su pendii con chiazze gialle: è la sabbia del Sahara. Chissà se qualche
migrante capitato in Val di Lanzo si è avventurato sulla neve, cosa ha pensato davanti a quella
sabbia che ha fatto la sua strada, con meno fatica. Se gli è cresciuta la nostalgia di casa.
La Rossa di Sea è sopra di noi. In cima l’altimetro si fermerà a 1.420 metri di dislivello. I primi
gruppi sono qui da mezz’ora; il tempo di accasciarmi, e arriva l’ordine per la discesa. La feroce
staffetta di cui sopra.
La neve solo a tratti dà qualche soddisfazione: è pesante, con ondulazioni infide; per lo più sembra
di sciare sulla polenta. Ma il bello, lo sappiamo, arriverà al canalino. Lì la scelta sarà tra il derapare
prudente o lo scendere con gli sci in mano.
Ultimo tratto sulla stradina, verso le auto, le cibarie, con meritata sosta supplementare a
Martassina, birra e merenda sinoira.
Siamo tutti contenti di essere qui, dopo arduo cimento, dopo aver molto sofferto nel glorioso
acquisto della vetta. Ci sarebbe da chiedersi: perché? Me lo chiedo ancora, dopo quasi 40 anni di
sci alpinismo; cosa ci rende felici della fatica, a volte neanche ripagata dalle condizioni favorevoli?
Forse un’originale spiegazione me l’ha fornita un podcast del Post, “Tienimi Bordone”, che mi
sento di consigliare sentitamente (questo, e gli altri podcast del Post https://www.ilpost.it/).
L’autore, Matteo Bordone (che spazia giornalmente da attualità a musica, libri, chi più ne ha ne
metta), ha fatto una recente puntata sui parassiti.
Orbene, ho scoperto che il Cordyceps è un fungo parassita che infetta insetti come formiche e altri
invertebrati. Le spore del fungo spingono gli insetti a comportamenti non convenzionali,
assumendo apparentemente il loro controllo motorio e mentale, riducendoli ad una condizione
che in qualcuno ha evocato il parallelo con gli zombie. Quando il Cordyceps  raggiunge l’organismo
di un ragno, un coleottero, una formica, lo porta a camminare molto, ad allontanarsi dal luogo in
cui si trova e poi a salire, su di un albero, un arbusto. Tutto questo è funzionale al fatto che poi

l’animale muore, ed il luogo elevato agisce come un trampolino di lancio, perché dal cadavere
nasceranno dei funghi e le spore, sospinte dal vento, si diffonderanno.
Ecco, sarebbe interessante capire se gli sci alpinisti sono portatori (sani) del Cordyceps. Nel caso, in
quelli dell’SSA2 la manifestazione è cronica.

Cavùr

15

Relazione Ultima gita SA1

Eccoci giunti alla nostra ultima fatica: l’ultima gita dell’anno per gli accoliti del gruppo SA1. Ridotti nel numero ma non nell’entusiasmo, si parte all’alba da Venaria, con una direzione inusitata: le valli del Canavese, con l’obiettivo di conquistare la Cima del Rospo.
La primavera è nell’aria, e il sole splende già alto sulle nostre auto, dirette verso la val Soana. Le montagne del Gran Paradiso in lontananza ci fanno gola, ma le nuvole da vento formatesi sui crinali ci fanno guardare il cielo con sospetto.

Arrivati al parcheggio di Piamprato, non perdiamo tempo e ci mettiamo in marcia, anche per non “pestare i piedi” a un altro nutrito gruppo CAI che si appresta a partire. La neve sul percorso è tutto tranne che perfetta, rotta dal caldo del giorno precedente e poi rigelata; una piccola valanga e un tratto ripido da affrontare a piedi ci rallentano di qualche minuto. Intanto, anche il sole inizia a nascondersi, coperto da una fine coltre di nuvole grigie.
La neve ghiacciata ci porta ad apprendere una nuova chicca per il nostro bagaglio tecnico: come montare i coltelli sugli sci. Muniti di rampant, dopo un ripido canale e un altro breve pendio ci ritroviamo sulla cresta che porta al famoso Rospo. Un momento di sconforto si abbatte però sul gruppo alla vista del crinale stretto e ghiacciato: dopo una rapida consultazione, gli istruttori decidono di fare dietro front. Affrontiamo a questo punto una delicata manovra: col vento in faccia e una manciata di centimetri quadri a disposizione, togliamo le pelli e sfoderiamo i caschi, pregando di non scivolare e finire a valle in modo poco elegante. Con silenziosa concentrazione – e nessun accessorio disperso, incredibilmente — ci mettiamo in assetto da discesa e ritorniamo sui nostri passi.
Nonostante la delusione per la mancata conquista del Rospo, gli istruttori ci spronano a ripellare, alla volta del Colle Larissa. Così ripartiamo, desiderosi di trovare almeno un po’ di sole. E finalmente, come per ricompensa, ecco che l’agognato sole ricompare, illuminando il nostro arrivo ventoso al colle, regalandoci un momento di pausa e riflessione.


Il ritorno è allietato da una neve ancora ghiacciata ma sciabile, e soprattutto da una magnifica vista sulle montagne, che spazia fino al Monviso. Un degno premio per le nostre fatiche! E che soddisfazione, poi, quando capiamo che la sosta per la ricerca ARVA verrà rimpiazzata da un momento di puro relax al rifugio Ciavanassa, quasi al termine della nostra discesa! Seduti in terrazza, chi prendendo un caffè e chi bevendo una birra, ci godiamo qualche minuto di sole, che avremmo tanto desiderato vedere anche nella prima metà della giornata.


La nostra ultima avventura della stagione si conclude con una gimcana tra le altalene e gli scivoli del parco giochi innevato di Piamprato: ancora una volta, il nostro amore per lo sci (o forse dovremmo chiamarla pigrizia?) è tale che, pur di far due metri in più con i legni a piedi, ci ritroviamo a fare acrobazie in mezzo alle staccionate del paese, per l’intrattenimento delle signore canavesane che ci osservano ridendo sotto i baffi. 

Bianca De Paolis

100.8

RELAZIONE 6-7 GITA SA1

Sabato 16 Marzo

Nonostante una stagione di allenamento lasciare il calore del letto e raggiungere
l’affascinante parcheggio dei camion di corso Giulio Cesare non era certo una occasione
molto allettante, ma tutti (o quasi) abbiamo risposto all’appello e carichi in vista di una due
giorni tra le vette siamo partiti al levar del sole.
Si forma presto una piccola carovana di auto che muove verso la Valle d’Aosta alla ricerca
di candidi pendii; tra gli equipaggi c’è chi riposa e chi, per rendere meno gravoso il compito
degli autisti, chiacchera tra uno sbadiglio ed un altro.
Con il sole ormai splendente in un cielo terso raggiungiamo alla spicciolata Vetan (le
pause colazione hanno disunito il gruppo di auto), ed in breve siamo tutti riuniti. Le
abbondanti nevicate delle ultime settimane hanno garantito un fondo che, seppur
assottigliato dal caldo primaverile, ci permette di evitare l’odiatissimo portage e
incominciare “sci ai piedi” dal parcheggio.
La meta della giornata è Punta Leysser e la direzione da prendere è evidente fin dai primi
passi: la vetta infatti si staglia mille metri sopra le nostre teste e l’assolato versante Sud
per cui la raggiungeremo ci si para davanti. Nonostante queste premesse la scelta del
percorso, almeno per la prima parte, non è affatto semplice: le macchie erbose da evitare
sono infatti abbondanti ed estese, ma i gruppi di testa segnano la via e metro dopo metro i
prati fanno spazio ad una candida coperta di neve trasformata.
La salita procede inframezzata da un paio di pause e, raggiunta la vetta, possiamo goderci
un sole che lascerà il segno sulla pelle di chi ha malauguratamente dimenticato la crema.
La giornata è davvero splendida ed il tempo in vetta passa veloce tra chi assaggia
dolciumi e chi cerca di riconoscere le vette più celebri della zona.
La discesa su neve trasformata è estremamente godibile e anche chi era più titubante
trova confidenza su questo fondo più prevedibile sotto i piedi.
Sostiamo ad un alpeggio per la consueta esercitazione di ricerca in valanga, ma una volta
ripresa la discesa ci accorgiamo che le difficoltà trovate in salita ad individuare un
passaggio innevato andranno affrontate anche in discesa. Arriviamo comunque con le
solette degli sci incolumi al parcheggio che in breve si trasforma in un solarium.
La consueta merenda è stata sicuramente meno abbondante, probabilmente molti
conservavano i dolciumi per il giorno seguente o, consci dell’abbondante banchetto serale,
si trattenevano per non sfigurare di fronte ai compagni.
Non dover rientrare a Torino, ma avere la prospettiva di un’altra giornata insieme ha
galvanizzato il gruppo che dopo il giusto riposo si raduna nel pomeriggio per trascorrere
più tempo possibile insieme prima di lasciarsi abbracciare dalle pesanti coperte di lana
dell’albergo in vista di un’altra sveglia all’alba.


Nicola Bottino


Domenica 17 Marzo

La speranza di molti di guadagnare qualche ora in più di sonno, data la permanenza in
valle, viene subito stroncata e si punta la sveglia all’alba, pronti per arrivare per primi alla
colazione a buffet; come bene hanno imparato i ritardatari, chi prima arriva più mangia.
Zaini pronti e pelli montate, ci mettiamo dunque in strada in direzione Testa dei Frà.
Arrivati al parcheggio però ci ritroviamo a fare un cambio di programma per evitare di
iniziare la nostra gita sci in spalla. Proseguiamo quindi pochi minuti fino a raggiungere il
paese di Planaval da cui partiamo verso il Colle Serena vista la sua esposizione a Sud
Ovest.
Il tempo non è certo bello come il giorno precedente e ci ritroviamo presto immersi in un
cielo lattiginoso. Ci dividiamo nei soliti gruppetti e si parte!
Il sentiero inizia con una strada tutta curve che però è presto interrotta da alcune
valanghette precedenti che ostruiscono il passaggio e che ci obbligano a togliere e
mettere ripetutamente gli sci formando inevitabilmente un piccolo ingorgo.
Con un po’ di pazienza però ogni gruppo trova il suo passo e si procede verso un
alpeggio. Qua ci rendiamo conto di quanta neve effettivamente ci sia ancora e possiamo
ammirare i riporti della neve sul tetto dal vento e le sue trasformazioni. Decidiamo dunque
di proseguire verso Costa di Serena e ci incamminiamo per un lungo falsopiano immersi in
un’atmosfera magica. Il bianco ci circonda e ci avvolge, tutt’intorno, qualche fiocco di neve
cade leggero e con più o meno fatica, tra una chiacchiera e l’altra arriviamo alla cima.
Sfortunatamente il tempo non ci permette di ammirare le meravigliose cime che ci
circondano ma ci rifocilliamo, chi con panini, chi con barrette e ci prepariamo alla discesa.
La bella neve primaverile ci regala una discesa all’insegna del divertimento in grado di
gasare e dare confidenza anche ai più diffidenti. Ci raduniamo dunque all’alpeggio dove
Filippo ci mostra come analizzare la stratificazione della neve. E poi giù per l’ultimo pezzo
di goduria che tra qualche salto, qualche curvetta e qualche spazzaneve ci conduce al
piazzale di partenza.
Ci salutiamo consumando le ultime provviste avanzate dal weekend in trepidante attesa
dell’ultima uscita. Questa ci ha proprio gasato!

Miriam Vercellone

16.4
0

Ritrovo 6-7° Gita SA1 

Ciao a tutti, 

Il ritrovo di sabato 16.03 mattina è alle ore 6.00 al parcheggio sul retro del McDonald’s alla confluenza di Corso Giulio Cesare con Corso Vercelli, con ingressi sia da Corso Vercelli che da Corso Giulio Cesare:   https://goo.gl/maps/PYMn1Ri7bTCNYtiw7

Cerchiamo, gentilmente, di essere tutti puntuali. 

Al ritrovo faremo il punto e valuteremo che gita fare sabato.

Per chi si ferma su alloggeremo all’Hotel De Roses in Frazione Trepont, 10 11018 Villeneuve (AO)   https://www.google.it/maps/place//data=!4m2!3m1!1s0x47892244ee53baeb:0xf46831ef659db98e?sa=X&ved=1t:8290&ictx=111 

A sabato mattina.

Un caro saluto,

Enzo e il direttivo

5^ gita SA1, Domenica 10/3/24

RECUPERO

Ciao a tutti,

Come detto ieri sera in sede ai presenti, le probabilità che riusciremo a fare la gita sono attualmente molto basse.

In relazione all’evoluzione del bollettino nivo-meteo di venerdì pomeriggio, comunicheremo tramite mail se sarà confermata l’uscita entro venerdì sera. ( controllate la mail, per favore ) 

Se ci saranno le condizioni, Il ritrovo di domenica mattina sarà alle ore 6.00 al parcheggio di corso IV Novembre a Rivoli, davanti al Mercatò: 45.066021, 7.541184   

Cerchiamo, gentilmente, di essere tutti puntuali. 

Non ci sarà il bus, saliremo su con le auto, cercando di compattare gli equipaggi il più possibile.

Se non sarà possibile fare questa domenica la gita, verrà definitivamente recuperata Domenica 24 marzo ( segnamoci questa data ).

A presto. Un caro saluto,

Enzo e Sara