SSA.1 Uscita 6 & 7 – 14-15 marzo 2026: weekend in Val Varaita

Giorno 1

Meteo incerto: pioggia, forse neve, forse foschia.
Siamo sorpresi? Certo che no! Alla fine, questo è l’SA1 più “sfortunato” di sempre, parafrasando qualcuno. Tuttavia, gli istruttori – vecchie volpi artiche – sanno che la neve c’è, nascosta da qualche parte, ma c’è, la fiutano: bisogna solo trovarla.

Il ritrovo è all’Hotel Torinetto nella ridente Sampeyre, che ci accoglie con una bella lavata di pioggia. Intorno tutto è verde, la primavera è vicina, forse avremmo dovuto portare gli sci da pietra, prato, pioggia. Non lo sapevamo, abbiamo quelli da fresca, che da qualche parte si nasconde. Il naso delle volpi non mente.

Si sale in auto per guadagnare un po’ di quota, tempo di fare un paio di tornanti e la pioggia diventa neve… Tanta neve! Che bello quando nevica così tanto! Guarda come cade! Ce n’è tantissima! Neve, neve, NEVE!

Ehmm, aspetta, ehi ehi, calma, troppa neve!
Le ruote slittano, non c’è più grip: metà corso rimane bloccato in un tornante.

Come facciamo? Mettiamo le catene? Tu lo sai fare? Dai, certo, ora capiamo.
Chiamiamo qualcuno?
In lontananza, si leva un suono, ninoo-ninoo-ninoo, un’ambulanza?!
Beh, oddio, mi sembra un po’ drastico…, no?

E infatti non era lì per noi (meno male). Tuttavia, colta da un attacco di entusiasmo, l’ambulanza slitta in discesa e finisce contro il muro del tornante con due ruote bloccate nella canalina di scolo dello stesso – Dobbiamo salvarla!

Mentre le grandi menti maschie si interrogano su come spingere, tirare, sollevare un’ambulanza di 35 quintali (perché, dai, “siamo almeno in 5, ce la facciamo”), le ragazze, pragmatiche, prendono in mano la situazione e le catene. Messe le catene alla ruota anteriore libera ecco che la trazione torna: i soccorritori sono salvi – Missione compiuta! Possiamo tornare a casa…

Ah no, giusto. SA1 sta “Sci Alpinismo 1” e non per “Soccorso Ambulanze 1”. Non eravamo qui per questo.
La neve adesso c’è: bisogna pellare.

Rinunciamo alle catene e, sci ai piedi, partiamo. Le due metà del corso si ricongiungono a Ponte Pelvo, destinazione: Bric Rotund, quota ~2450 m!

La gita ha inizio in un ampio vallone, circondato da boschi di larici. I primi pendii sono dolci e la salita risulta graduale, permettendo al corso di scaldare piano piano i muscoli protetti dalla foschia sorretta dalle forme dei larici.
Una volta abbandonata la “linea del bosco”, l’ascesa continua verso il caratteristico Bric Rotund, che non riusciamo ad ammirare nella sua rotondità causa, appunto, foschia. Da qui, si entra in un ambiente prettamente alpino, senza grandi alberi e con pendii maggiormente inclinati. La lettura del terreno è agevole ed è sufficiente evitare rocce e roccette che emergono qui e là dal manto nevoso. Grazie alle pendenze più sostenute il corso ha anche modo di dare una sgranchita alle anche e di destreggiarsi in una serie di inversioni che lo condurrà in vetta.

Snack rapido in cima, cambio assetto, e poi giù!
L’incipit risulta croccante e gli sci scricchiolano su ghiaccio e qualche roccetta appena coperta di neve. Ma, appena ritrovata una pendenza più moderata, la discesa diventa uno spettacolo: la neve ha avuto tempo di posarsi e tutti qui hanno fame di polvere.
Le volpi avevano ragione!

C’è neve e la discesa è divertente dall’inizio alla fine!
Fra boschetti e curve, tutto il corso si riunisce al ponte iniziale, la strada adesso è libera dalla neve, e tutti possono tornare all’Hotel e concedersi un bagno caldo e una serata in compagnia, fra chiacchiere, carte e qualche birretta.

Andiamo a letto contenti, il corso non è ancora finito, domani ci aspetta un’altra giornata.
Continua a nevicare, sorrido.


Giorno 2

Nella notte la neve è scesa dolce dal cielo, ricoprendo alberi, prati e cullando i sogni degli allievi.
D’un tratto… DRIIIIIN, è l’ultimo giorno di corso! SVEGLIA! Che ore sono?? Le 07:00?! Ma siamo in ritardissimo! Oddio, perderemo il pullman per andare in montagna!
E invece no, mio caro, oggi sei già in montagna. Ricordi?
È la due giorni del corso CAI e ci svegliamo in hotel, che lusso baby!

Siamo a Sampeyre e, dopo un’abbondante colazione, gli allievi sono pronti per una nuova avventura.
La neve scesa nella notte raccomanda prudenza, e istruttori e istruttrici pianificano la gita di oggi lungo i vecchi impianti sciistici di questa località. Allerta spoiler: si rivelerà una scelta vincente.

Check artva, sci, pelli, click, clack, pronti a partire a quota 970 m.
Ehm, che succede? Ma non aveva nevicato tutta la notte?
Beh, sì, evidentemente ovunque, tranne che sulle piste.
Pascoli erbosi si stagliano di fronte ai nostri occhi, con qualche macchia di neve qua e là.
Cambio di piano: stacca gli sci, apri i laccetti e attaccali allo zaino.

Gli allievi scoprono il portage.

Portage: nel contesto dello scialpinismo, il termine francese “portage” si riferisce al trasporto degli sci in spalla o attaccati allo zaino mentre si cammina a piedi su un pendio caratterizzato da manto nevoso discontinuo. L’attività ludica è contraddistinta dalla forte determinazione dei praticanti che fra imprecazioni di vario genere si dirigono verso un più omogeneo innevamento.

Infatti, superato il tratto iniziale di piste, a circa 1300 m si raggiunge la Borgata Sodani, dove tutti riescono a inforcare gli sci. Finalmente si parte.

L’ascesa lungo le piste si svolge tranquilla, con gli zaini leggeri e le gambe che, rinvigorite dal portage iniziale, ci portano fino a Borgata Sant’Anna, all’interscambio delle vecchie seggiovie.
Costeggiando l’impianto sul lato sinistro, si attraversano alcuni boschi radi.

Qui la neve è stupenda, è soffice ed è tanta.
Chiudo gli occhi. Sembra di essere in Canada, i rami degli alberi sono ricoperti di neve e sorreggono questo paesaggio idilliaco.

Roarrr, grrrr, stump stumpp, ci sono anche i grizzly.
Grizzly!? Eh?! Cosa?
Apro gli occhi: l’amico dietro di me sta sbattendo i piedi come un matto cercando di liberarsi degli zoccoli sotto le pelli.
Ah, ecco cos’era. Beh, niente orsi almeno.
A proposito, meglio che mi liberi dagli zoccoli anch’io.

Durante la salita, lungo il versante alla nostra sinistra, notiamo una piccola valanga spontanea: noi siamo al sicuro, tuttavia meglio non avventurarsi ulteriormente.
Raggiunta la carrozzabile sopra le piste, il gruppo decide di fermarsi per ricompattarsi e prepararsi alla discesa, siamo circa a quota 2000 m.

Pit stop: via le pelli, giù di sciolina e caramelle per recuperare un po’ di energie.
Accendete i motori, si parte.

La discesa è incredibile.
Forse la più bella fra tutte quelle affrontate durante il corso.

Ogni gruppo cerca la sua linea di discesa, fra boschetti e piccole radure, senza incrociare quella degli altri.
Abbiamo imparato tanto durante il corso e i mastri pittori si sono rivelati degli ottimi maestri.
Ora è il momento di disegnare le nostre curve, sempre sotto la loro supervisione.
Ci divertiamo un mondo, tutto prende colore, esce il sole:
Gli alberi sono in fiore.

Il corso si ricompatta a Sodani e, sci a spalle, si torna al punto di partenza.
È così che si chiude il grande libro del Corso SA1 Edizione 2026.

Un corso fatto di sci smarriti, pelli dimenticate e un meteo inclemente l’80% delle volte.
Un corso dove abbiamo imparato tanto, sorretto dalla competenza della scuola U.G.E.T., dalla passione e dalle lezioni forniteci da istruttori e istruttrici.

In auto, con gli scarponi sporchi di terra accanto a me, ripenso alla giornata di oggi:
Cominciata nel fango, passata per la polvere del Canada e ritornata nel fango.
E da qui l’augurio:

La neve è là fuori, andatevela a prendere!

Alberto Mossetto

E ora, a voi lo slideshow:
giorno 1
giorno 2

SSA.1 Uscita 5 – 1 marzo 2026: Cima delle Liste

Cima delle Liste… quasi

Ritrovo alle 6, un classico. La direzione è Prali.

Sconsigliato ai deboli di cuore salire a bordo di un autobus a due piani che sceglie di percorrere quella tratta, ma noi, temerari e, per fortuna, assonnati, ci imbarchiamo.

La giornata promette abbastanza bene, l’obiettivo è Cima delle Liste, circa 1200 m di dislivello a partire da Ghigo di Prali. Dopo il consueto smistamento degli allievi, iniziamo la salita in mezzo ad un bel boschetto bosco che ci accompagna per 7-800m.

Una volta usciti dal bosco e arrivati circa sulla dorsale che porta alla cima restiamo estasiati dai meravigliosi panorami che ci si presentano, una vista a 360°. Ci sembra di vedere, in lontananza, il monte Bianco… Ah no, scusatemi, errore mio – capita di sbagliarsi – il bianco c’era, ma del monte neanche l’ombra. Siamo così immersi nella nebbia che è tutto bianco, solo bianco!

Gli istruttori valutano che non sia il caso di proseguire, così terminiamo la gita circa 200 m sotto la cima. Mentre sgranocchiamo qualcosina ci godiamo ancora un po’ di panorama e poi ci prepariamo alla discesa.

La discesa… Esperienza mozzafiato! Per la prima parte si sceglie una modalità ad inseguimento, per esser ben sicuri che nessuno si possa perdere nella nebbia. Dall’ingresso nel boschetto – highlight della giornata – tutto cambia, coi suoi alberi fitti ma non troppo e la sua neve marciotta al punto giusto, ci regala emozioni forti.

Rientriamo al bus giusto in tempo per veder cadere le prime gocce di pioggia. Una bella merenda sinoira poi tutti a casa, in tempo per riprendersi dall’eroica traversata della Cima delle Liste (quasi).

Claudia Germano

A voi lo slideshow: link

SSA.1 Uscita 4 – 15 Febbraio 2026: Rocher de la Garde

Cronaca della giornata

Partenza ore 6:30, ormai rito consolidato: occhi piccoli, zaini grandi e pullman che diventa dormitorio, bar, e salotto delle imprese sportive del weekend. Rispetto alla prima gita, i nomi hanno finalmente trovato le facce e il clima è quello delle squadre che iniziano a conoscersi davvero.

Arrivo a Beaulard. Prima ancora di mettere gli sci, veniamo investiti dal profumo del Panificio Alpino. Tappa tecnica obbligatoria per caffè, bagno e, già che siamo lì, una brioche.

Si parte nel bosco, i raggi di sole che si fanno spazio tra i rami degli alberi. Salita regolare, gruppi sul pezzo, inversioni più sicure, e da una mandria disordinata diventiamo una fila indiana. Si passa dal rifugio Guido Rey dove ci rifocilliamo con frutta secca, cioccolata, e un buon the caldo. La bellezza del posto ci colpisce, e inevitabilmente scappano foto e video (Stefano caccia la macchinona per immortalare le nostre smorfie affaticate). Arriviamo alla prima meta: casotto delle vecchie piste sotto Rocher de la Garde – quota 2040 m. È ancora presto, sono circa le 11:00, ma ovviamente il meritato panino si gusta comunque.

Prima discesa nel bosco, manto nevoso morbido e soddisfacente, ma con una nota negativa: la neve più umida crea zoccoli sotto alcuni sci, ma arriva in soccorso Sara con la sciolina per salvare la discesa!

Un centinaio di metri più giù ci si ferma, si ripella, e si riparte. Oramai il ripellaggio viene più facile e siamo pronti ad affrontare la seconda salita, 2-300 m, fino al vecchio arrivo dello skilift sopra il rifugio. In vetta il panorama è stupendo, ma il vento decide che non siamo lì per stare comodi, continue raffiche ci riempiono di neve. Restiamo giusto il tempo per una foto veloce e via.

Appena un po’ più protetti, nascosti in un boschetto, arriva la parte “didattica”: lezione di stratigrafia del manto nevoso. Filippo, preciso e paziente, ci mostra come individuare e analizzare gli strati nevosi, capendo gli effetti del vento, delle temperature e quali possano essere i punti deboli, i “piani di scorrimento”.

Terminata la lezione, tutti un po’ più infreddoliti, eravamo riparati dal vento ma non troppo, si riprende la discesa, questa volta più tecnica e su neve più irregolare: ancora qualche lembo di farina, poi crosta non portante, crosta portante, e tratti ghiacciati. È stata dura: gambe rigide e bastoncini volanti. Per fortuna Martina mi ha salvata illuminandomi su come piantare i bastoncini (non scontato), e improvvisamente tutto è diventato più fluido – Che stia iniziando a capire come usarli? Chissà

Rientro al pullman, banchetto collettivo, e (ovviamente) attività già caricata su Strava. Perché si sa: “se non lo carichi, non l’hai fatto“.

Giorgia Giambenini

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SSA.1 Uscita 3 – 1 Febbraio 2026: Ghincia Pastour

UNA COSA DIVERTENTE CHE NON FARÒ MAI PIÙ

Da Crissolo a Ghincia Pastour, discesa su Pian della Regina.

Non mi riferisco alla sveglia puntata sempre troppo presto, una mezz’ora di margine abbondante da impiegare o in una proficua colazione o in un’eterna lotta con le lenti a contatto.

Non alludo neanche ai nauseabondi tornanti, amplificati dalla statura imponente del pullman che inesorabilmente si arrampica lungo la valle del Po.

Non mi posso decisamente lamentare dell’aria fresca ed effervescente naturale che ci accoglie a Crissolo, o del cielo blu savoia che premia chi ha superato le nubi che coprono la pianura laggiù.

Tutti ringraziano del bel sole che inizialmente filtra attraverso i rami degli alberi per poi abbracciarci calorosamente una volta raggiunta Borgata Fournai. Qui scappa il primo vero sorriso della giornata, una volta che si riconosce la punta della corona di Sua Maestà, ancora indifferente alla colorata marmaglia che approccia i suoi confini. Indubbiamente, non è di questo che mi rammarico.

La salita si snoda piacevolmente lungo il pendio tra la Comba delle Contesse e Tampa Giasset, tra ripassi di tecnica d’ascensione, esercitazioni di cartografia e interrogazioni di nivologia; di quest’ultima sono rimandato al prossimo appello ma non ho nulla da recriminare in merito.

Una volta al colle, appena sotto l’impianto del Granero Lungo, si offre il menù della giornata: per chi desidera mantenersi leggero si puntano gli sci verso Monte Granè, solido alla nostra destra, per i più affamati si va dritti a Ghincia Pastour. Mi preme rassicurare Roberto, mia guida e mio motivatore, che lo stomaco è abbastanza forte per la portata principale. Non è stata la fatica dell’ultimo strappo a dare il titolo a questo racconto.

La meta è una balconata sul Monviso e i suoi più intimi compagni; escono fuori i telefoni, si chiedono fotografie, qualcuno assicura che anche il Re di pietra ha accennato un sorriso, con sguardo benevolo verso l’allegra comitiva venuta a rendergli omaggio. Di certo non mugugno per tale spettacolo!

Rapido appello, ultime raccomandazioni, studio del pendio e delle traiettorie dei primi volenterosi: si scende! Qualcuno, forse proprio gli sci, raccomanda attenzione alle pietre, non ci vuole molto a capire perché. Cambio di pendenza,  preso ritmo, un bel ghigno di chi pregusta una discesa divertente. Toc! Roccia. Stesso ghigno nella neve. Pollicione in su per rassicurare chi sta a monte. Mi guardo intorno e lo sci destro non c’è più. Sparito. Vani i generosi tentativi di chi, impugnata la pala, svanga fino al terreno una buona fetta di pendio. Dello sventurato non c’è traccia.

L’altro sventurato, che potrebbe essere chi sta scrivendo, si avventura in un’ inedita combinata nordica che include: pinguinata sui punti più scoscesi, corsa con scarponi in piano e discesa su una gamba sola, in sicura con due istruttori a fare da freno. Tutto documentato, Paganini non ripete. L’arrivo a Crissolo è un misto di imbarazzo e fatica, ma soprattutto di forte gratitudine verso chi, con competenza, passione e spirito di servizio, impegna il proprio tempo a insegnare e trasmettere i valori della montagna, con il metodo più efficace: l’esempio.

Ecco, immagino abbiate capito quale sia stata la cosa divertente, ve lo assicuro, che non ripeterei più: a buon intenditore, poche parole. Tutto il resto ci si augura di viverlo più e più volte ancora.

Alessandro Cogorno

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SSA.1 Uscita 2 – 18 Gennaio 2026: TÊTE DE CRÉVACOL

Mais où sont les neiges d’antan?

«Dove sono le nevi di un tempo?».
Non è il lamento di uno sci alpinista francese per il riscaldamento globale. È il ritornello dalla Ballata delle dame del tempo che fu, scritta da François Villon, poeta francese del 1400.
Se voleste leggerla integralmente la trovate qui:
https://www.lestroverso.it/ballata-delle-dame-di-un-tempo-che-fu/

La struttura della ballata è semplice: alla domanda, ripetuta in ogni strofa, “dove sono finite le dame un tempo famose”, la risposta è sempre la stessa: «Dove sono le nevi di un tempo?».
La neve è eletta a esempio di caducità, di effimero, metafora di tutto ciò che si dissolve nel tempo: la bellezza delle dame, la gloria dei cavalieri, la giovinezza stessa, si sono sciolte come neve al sole, lasciando solo l’eco nella memoria.
Tema che si ritrova, con altri accenti, nel verso “Rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”, che chiude il romanzo “Il nome della rosa”, di Umberto Eco, e che al romanzo dà il titolo: di tutte le cose scomparse ci rimangono solo i nomi.
Il richiamo alla neve è evocativo, per noi che ci passiamo le giornate su quel manto che non solo – come ribadiscono in ogni occasione gli istruttori – cambia anche nella stessa giornata, ma ogni stagione è nuovo e si è formato in maniera diversa. Quando rifacciamo la stessa gita, le serpentine disegnate sui pendii, le guche con cui abbiamo colmato i dislivelli in salita, non sono più sullo stesso manto. E questo contribuisce a rendere il percorso più affascinante di un’autostrada…
Lo so, abbiamo iniziato volando alto, ma dovete capirmi: la Tête de Crévacol l’avevo relazionata come seconda gita del 2024, la trovate sul sito. Potevo copiare pari pari la relazione, e magari nessuno se ne sarebbe accorto… ma ho deciso di essere originale.

Purtroppo il rischio valanghe oggi è elevato, grado 4 su praticamente tutto il versante piemontese, e questo limita la fantasia nella scelta delle mete. Quindi si va sul sicuro.
La gita è priva di particolare fascino e slanci epici che entusiasmino il cronista: tempo uggiosetto, un millino scarso di dislivello senza strappi o difficoltà tecniche, ideale per impratichirsi con le inversioni e fare fiato e gambe.
Io adotto la mia classica condotta di gita: parto nel gruppo di testa e mi faccio superare da tutti; amici che non vedo da mesi, nuove conoscenze, mi affiancano, qualche chiacchiera, il racconto delle esperienze estive, dell’Africa che ho lasciato alle spalle una settimana fa e che porto nel cuore. E poi la faccia si trasforma in un culo, che si allontana…
Ritrovo tutto il gruppo compatto in punta, intorno al bivacco Leopoldo Deffeyes, a quota 2.599.

La discesa non è male, neve a tratti farinosa, peccato qualche folata di nebbia che ogni tanto riduce visibilità e godimento.
Si fanno i compiti con la ricerca Arva, e poi ricreazione con le libagioni.

Ormai da qualche anno nella prima relazione riporto alcuni dati statistici: alla scuola quest’anno sono stati ammessi 42 allievi; 26 uomini e 16 donne. Continua la prevalenza maschile, che purtroppo col passaggio dall’SA1 al corso avanzato SA2 negli ultimi anni si è incrementata drasticamente. Sono numeri sostanzialmente in continuità rispetto allo scorso anno. Ma le differenze vengono ora: età media circa 26 anni, l’altr’anno 30. I membri della generazione Z (nati tra il 1997 e il 2012) annoverano ben 26 esponenti, lo scorso anno erano 16, e mi parevano già tanti. Un assalto di giovani, il che non può che essere un’ottima notizia, se non fosse che me li vedrò schizzare accanto in salita ed in discesa come assatanati guerrieri masai…

Nota conclusiva: le iscrizioni si sono chiuse in 52 secondi. Manco il concerto di Vasco.
Tornando a Villon, le nevi di Crevacol si scioglieranno presto (speriamo non troppo presto). Le serpentine che abbiamo appena tracciato non esisteranno più, cancellate dal vento, dal passaggio altrui. Ma i ricordi no: e soprattutto per chi è agli esordi dell’avventura dello sci alpinismo e inizia ad essere conquistato da quel manto bianco che, pur fugace, regala attimi eterni.

Cavùr

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SSA.1 Uscita 1 – 11 Gennaio 2026: Viola – Saint Gréé

Quota: 1.879 m
Dislivello: 280+50 m 

Cronaca della giornata

In assenza del nostro “Cavour”, eccomi a raccontare la prima uscita del corso SA1 2026.
Partenza all’alba, direzione Viola – Saint Gréé. I gruppi sono stati fatti, anche se i nomi non si legano ancora bene alle facce. L’entusiasmo però è alle stelle: prima gita e prova su pista.

Gli impianti, aperti in anticipo apposta per noi mattinieri, ci permettono di rispettare la tabella di marcia. Seggiovia, skilift… e una volta in cima, lo spettacolo: una vista sul mare incredibile, fino alla Corsica!
Qualche pista per scaldarci e poi arriva la temuta prova di discesa. Uno alla volta, sotto gli occhi degli istruttori. Poveri gli ultimi in ordine alfabetico: congelati nell’attesa del loro turno!

Finalmente si passa alle cose serie. Tornati al punto più alto del comprensorio, inizia la nostra gita: un primo tratto di neve fresca e poi un po’ di bosco. Quando tutti i gruppi sono arrivati in fondo, si mettono le pelli per la risalita… o almeno, quasi tutti.
Si dà il caso che qualcuno le abbia lasciate sul bus. Il povero Robi, istruttore sfortunato, dopo aver consultato gli altri ed essersi reso conto che non c’erano pelli extra, si rassegna: salirà con gli sci sulle spalle per pietà del suo allievo smemorato. Direzione Bric Mindino, 280 m di dislivello (direi che a Robi poteva andare decisamente peggio). Arrivati in cima, pausa con vista mare.

Dopo la pausa, discesa tra punti di neve fantastici e qualche lastra, chi con sicurezza e chi no. Per tornare alle piste, tocca ripellare per altri 50 metri: qui 1 allievo su 5 ha problemi con attacchi e ski stopper congelati. C’è chi finisce per salire con uno sci suo e uno prestato da un istruttore.
Ultima sciata in pista e poi tutti al bus a festeggiare.

Morale della giornata:

Le pelli non sono un optional. E le birre per Robi, per farsi perdonare, nemmeno.

PS: L’allieva senza pelli ero io… e anche quella a cui hanno dovuto prestare uno sci perché l’attacco era ghiacciato.

a presto !


Clelia

Slideshow: link

SSA.1 USCITA 6&7 – 8-9 marzo 2025: MONT FOURCHON – COL des CEINGLES

Giorno 1 – Mont Fourchon

Sono le 5:45 nel solito parcheggio dietro al Mc Donald. Le solite cartacce a terra, la solita temperatura e il solito cielo buio. Eppure questa volta è diverso, c’è qualcosa di speciale. Oggi si parte per “La due giorni”. Niente autobus, si fanno le proverbiali macchinate. Cosa avrò dimenticato? Troppo tardi, ormai siamo partiti. Destinazione, poco oltre la frazione di Saint-Rhémy, o in altre parole, finché c’è asfalto lungo la strada del Gran San Bernardo. Si ammucchiano le macchine appena prima della neve e subito ci si rende conto del motivo della levataccia: i posti auto sono risicati e noi siamo in tanti. Si cercano i compagni di gita, si fa il check degli artva e si comincia a camminare.

La neve è particolarmente dura ma le timidissime pendenze di tutta la prima parte di camminata non ci creano nessuna difficoltà. Al contrario ci lasciano il tempo di guardarci attorno e di notare, un po’ qua e un po’ là, piccole valanghe di fondo vecchie e gelate, che ormai non rappresentano più un pericolo (per oggi l’allerta valanghe è addirittura 1), ma che ci ricordano che qualche giorno prima sarebbe stato saggio lasciar perdere. In men che non si dica oltrepassiamo il ponte della statale e ci avviciniamo a quelle che sarebbero state le prime vere difficoltà della giornata. Raggiungiamo un’ampia conca e sulla destra si presenta un bel canale ripido. Decidiamo di affrontarlo. Niente di particolarmente difficile o pericoloso dal punto di vista tecnico, ma è un’ottima occasione per provare ad utilizzare i rampant (o più comodamente coltelli), che fino ad allora nelle precedenti gite non erano ancora stati tirati fuori dallo zaino. Un po’ alla volta, inversione dopo inversione, riusciamo a superare il canale, e proseguiamo liberandoci (finalmente) dai coltelli. Raggiunto l’alpeggio ‘Lo Baou’, cerchiamo di ricompattare un po’ il gruppo, ma sopraggiunti i primi brividi di freddo, per evitare di doversi rivestire, dato che nel frattempo la famosa cipolla aveva perso parecchi strati, si decide di ripartire.

La fila torna ad allungarsi e pian piano si riprende a guadagnare metri preziosi. La traccia vira progressivamente verso Ovest e nonostante qualche nuvola in alta quota, guardandosi alle spalle, il bel tempo ci permette di apprezzare la carovana che contraddistingue ormai le gite del CAI U.G.E.T. Le ultime centinaia di metri, e finalmente la meta di oggi è a portata di mano: siamo a pochi passi dalla vetta del Mont Fourchon (2902 m s.l.m.). In basso si vede il Colle del Gran San Bernardo, più lontano il Mont Vélan e maestoso, ma con la testa tra le nuvole, il Grand Combin. La vista sarebbe già più che sufficiente a giustificare le fatiche fatte per guadagnare i circa 1200 m di dislivello della giornata, ma per mettere la “ciliegina sulla torta” bisogna ancora togliere gli sci, aggiungere una giacca, mettersi il casco e compiere gli ultimi pochi passi a piedi. La vetta è stretta, quindi si arriva, si fa qualche foto e si torna sotto per lasciare il posto al prossimo. Si cerca di fare in fretta, ma non si scende prima di aver ammirato le Grandes Jorasses, il Dente del Gigante e in fondo, anche lui con la testa tra le nubi, sua Maestà il Monte Bianco.

Dopo pochi minuti Raffaele annuncia che suo figlio Marco (mascotte della scuola, insieme alla sorellina Magda, oggi con la mamma in trasferta per un weekend rosa) è costretto a tornare giù il prima possibile. Nel pomeriggio ha una partita di campionato e non può mancare. Inutile sottolineare lo stupore e l’ammirazione dell’intero corso SA1, allievi e istruttori.

Arrivati tutti, tolte le pelli, mangiato e bevuto, si comincia a scendere. La parola d’ordine è “perdere quota con dignità”. Le condizioni della neve non sono infatti ottimali (qualcuno direbbe “da intenditori”), anzi, sono abbastanza difficili, soprattutto per chi non è molto ferrato sulla conduzione dello sci in fuoripista. Rimane quasi sempre dura e crostosa, anche se talvolta, dove il versante si concede un po’ di più ai raggi solari, molla sui primissimi centimetri, regalando una sciata un po’ più disinvolta, anche ai meno esperti. Arrivati circa 600 m più a valle, l’ordine è di ricompattare il gruppo per decidere dove installare il campo per la lezione pomeridiana. L’argomento del giorno è la stratigrafia del manto nevoso a cura di Filippo. Si raggiunge la base del canale e nella conca sottostante viene scavata una generosa buca (ad opera di baldi aiutanti), che sarà oggetto di lezione. Una volta conclusa si ringrazia l’insegnante, ma soprattutto Vittorio per la fondamentale collaborazione e si conclude anche l’ultimo tratto di discesa, senza farsi mancare qualche bella spinta di braccia finale.

Concluse le fatiche ci si può definitivamente concedere alle leccornie che anche oggi vengono imbandite per la consueta festicciola post-gita. A questo proposito, non posso non sottolineare il contributo di Roberta, che questa volta si è superata, portando una torta con tanto di scritta “SA1 2025”, qualcuno le faccia una statua. Foto di rito e tutti in macchina alla volta dell’albergo Marietty (ad Échevennoz-Dessus, poco sotto Étroubles). Assegnate le camere con solenne cerimonia, si affrontano i calzettoni puzzolenti e ci si lava. Una volta risistemati, tutti a cena. Minestrone, un po’ di salsiccia, un mestolo di patate e carote e altro completano una cena non ottima, ma sufficiente a soddisfare i più. Finito di mangiare, si chiacchiera, si scherza e ci si concede qualche bicchiere. Alla fine però, chi prima chi dopo, si raggiunge il sacco a pelo e si va a dormire, che domani la sveglia suonerà prima dell’alba, per un’altra avventura in montagna.

Gabriele Costa

Giorno 2 – Col des Ceingles

La giornata di domenica inizia alle 6.30 con una sveglia molesta e confusa che insieme all’odore degli scarponi proietta già verso la vetta di oggi.

Ci trasciniamo a colazione sperando nei super poteri del caffè, che però non sembra possedere le sperate doti elettrolitiche. Nonostante qualche sbadiglio e facce stanche i tavoli della colazione sono animati da vociare risate e frizzantezza, lo stare insieme sembra molto apprezzato.

Dopo il briefing tecnico, le squadre sono formate e sembra che le preferenze chieste la sera prima rispetto ad istruttori e compagni con i quali avremmo voluto condividere questa ultima avventura siano state rispettate. Le macchine sono pronte, ognuno imposta la colonna sonora preferita, noi optiamo per un best of di Robbie Williams, effettivamente unica opzione musicale disponibile.

Eccoci arrivati al parcheggio di Crevacol, il punto di partenza designato, il cielo presenta qualche nuvola e il clima è tutto sommato piacevole, non ci facciamo prendere troppo dall’entusiasmo perché le notizie metereologiche non hanno dato grandi speranze. Calziamo gli sci e partiamo subito con un avvicinamento dignitosamente tranquillo lungo la conca del torrente attraverso la Comba de Merdeux.

Piccola pausa al primo pianoro e poi partiamo a cannone verso la prima vera sfidante salita. Qui c’è chi si cimenta senza coltelli non facendosi intimidire dalla pendenza ghiacciata, c’è chi invece si ferma per accessoriare gli sci. Con inversioni, che ormai potremmo definire ‘magistrali’, raggiungiamo un ulteriore tratto in piano, perfetto per riprendere fiato e prepararsi psicologicamente all’ultima impresa. I gruppi avanti stanno imboccando un canalino che, a giudicare dalle spaccate scomposte e pattinate sul posto sembra essere leggermente ghiacciato. Intanto il cielo si è fatto bianco e monocromatico, non vi è traccia del sole, nostra speranza per addolcire una neve bella tenace. Decidiamo quindi di aggredire la salita per il colle da destra, quelli che prima si sono sentiti temerari ora montano i coltelli e indossano il casco come richiesto dagli istruttori. Attacchiamo l’ultima salita nel completo white out, che ci fa procedere un po’ disorientati fino al colletto.

Arriviamo al tanto agognato Col de Ceingles a più riprese, infatti anche chi sembrava essersi arreso decide coraggiosamente di conquistare il colle.

Dopo una pausa ovattata e frescolina arriva il momento di scendere. Le perplessità sulla discesa già erano sorte durante la complessa salita ma gli istruttori e aiuto-istruttori aprono le danze e tengono alto il morale. I primi partono e si odono derapate croccanti in una neve che non ha accennato a mollare. Il pezzo iniziale è il più sfidante e istruttori e aiuto-istruttori tirano fuori tutte le loro abilità da discesisti e motivatori. La discesa continua tra qualche pit stop e qualche sci volante che acquista vita propria mostrando un gran desiderio di scendere a valle. Alla fine, tutte le ginocchia presenti alla partenza rientrano in valle e questa è la gran conquista della giornata. Ad attenderci al parcheggio c’è la nostra consueta merenda, anche se con amarezza scopriamo che altri bus di sciatori ci stanno facendo una brutale concorrenza con tavoli stracolmi di gorgonzola e salumi. Mangiato e bevuto come cavallette è il momento di riunirsi in un bel cerchio per ascoltare i saluti e i ringraziamenti. In un clima di gratitudine, ironia e memento mori, il direttore del corso, Stefano, ed Enzo, in sintesi, direi che ci eleggono il miglior corso SA1 di sempre essendoci noi distinti per doti tecnologiche, culinarie, simpatia e bravura. Ed è così con questa grande umiltà che si conclude il corso SA1 del CAI UGET. Ci vediamo a giugno per le pagelle.

Bianca ed Elisa, con il prezioso contributo di Federico G.

Per finire ecco le foto.

SSA.1 USCITA 5 – 23 febbraio 2025: ROCHERS CHARNIERS

“Mayday mayday mayday! Eirini a Isychia, ripeto Eirini a Isychia.”

Nessuna risposta.

“Qui Eirini, temo ci sia un errore nelle coordinate inviate.  Mi trovo in un campo da tennis a lato di un supermercato, l’insegna dice Mercatò – passo e chiudo”.  

Nessuna risposta.

“Resto in attesa di vostri aggiornamenti – passo e chiudo”.

Ancora nessuna risposta.

Come ogni anno, sul pianeta Gimme Shelter è stata convocata l’assemblea plenaria per il monitoraggio evolutivo. L’ordine del giorno è inviare qualcuno sulla Terra per verificare lo stato di avanzamento del processo evolutivo, e aiutare lo sviluppo delle coscienze qualora necessario. Gli anziani che avevano visitato la Terra oltre 200 anni prima, narrano dell’era napoleonica, scossa da guerre e pervasa da manie espansionistiche. Nessuno vuole offrirsi volontario per la spedizione e si procede tirando a sorte. Viene sorteggiata Eirini che stamane, 23 febbraio 2025 ore 05:55, cercava di contattare Isychia, il responsabile delle missioni.

Non ricevendo risposta alla richiesta di aiuto, Eirini decide di abbandonare il velivolo sul campo da tennis e, celata nel suo mantello dell’invisibilità, esplorare la zona circostante. Dopo pochi minuti, la sua attenzione viene attratta dall’arrivo di un grande pullman. Dalle auto ferme nei parcheggi circostanti emergono, un po’ alla volta, numerosi uomini e donne di varie età. Tutti hanno lunghe sacche scure, borsoni e zaini, li caricano sul bus, salgono e prendono posto sul bus che attende col motore acceso. Eirini, nota a tutti i colleghi per la sua incontenibile curiosità, senza pensarci due volte si infila in un anfratto del pullman.

Sono le 6.20 quando inizia la sua avventura.

Il viaggio dura poco più di un’ora. Quando il pullman di ferma il suo palmare indica “Claviere – Italia -1760 m s.l.m.” L’equipaggio, inizialmente ordinato e silente, si prepara a sbarcare. Le facce stropicciate dal sonno riprendono rapidamente vita con l’aria fresca di Claviere. In breve è tutto un fermento. L’equipaggio inizia a formare piccoli gruppi. Ciascuno calza scarponi rigidi, indossa un apparecchio elettronico che bippa all’accensione, estrae dalle sacche singolari oggetti lunghi e sottili con la parte finale ricurva e li fissa allo zaino. Terminati i preparativi ogni gruppetto si mette in movimento. Percorrono un breve tratto attraverso l’abitato per poi imboccare una stradina laterale dove la dura pavimentazione della strada lascia posto prima al terreno nudo ghiacciato e poi alla candida neve. Breve cambio di assetto, scaricano le aste dagli zaini e con una serie di “click e clack” le agganciano agli scarponi e si avviano con passo scivolato su un sentiero che si inoltra nel Vallone delle Baisses.

Eirini, abituata alle velocità del suo pianeta, si diverte a fare su e giù per il tragitto soffermandosi a tratti sui gruppetti che procedono più o meno allineati. Ci sono giovanotti baldanzosi che aprono la fila: hanno matasse di corde sugli zaini e un ritmo invidiabile per essere umani, si raccontano aneddoti divertenti e li avvolge un’allegria contagiosa. Più indietro c’è chi chiacchiera meno e ascolta attentamente le osservazioni sulle condizioni nivometeo che le figure con le giacche rosse, riportano sapienti.

Alcuni si fermano per ristorarsi con bevande calde, altri procedono a passo lento e costante, altri ancora sono visibilmente in affanno e non sembra si divertano troppo. Tra tutti si scorgono anche due prodigiosi bambini che avanzano con un portamento da esseri soprannaturali.

Poco dopo la fine del bosco il gruppo raggiunge un ingegnoso, ma rudimentale, marchingegno che fa salire e scendere lungo un pendio dei sedili saldamente ancorati a un cavo. Su di esso si legge seggiovia Chalvet. Nonostante l’evidente vantaggio di tale sistema di locomozione, il gruppo prosegue nel fondo del vallone in direzione del colle dei Trois Frères Mineurs. Alcune voci parlano di deviare prima del colle e risalire un erto pendio sulla sua destra, altre di superarlo e risalire alle sue spalle.

Prima del colle il gruppo si ferma, confabula lungamente e poi riparte. Vanno a destra. L’andamento che fino ad allora era stato per lo più lineare si trasforma in uno zig-zagare, l’incedere è accompagnato da una mossa bislacca che spezza la retta per invertirne la rotta.

La nebbia che aveva avvolto il codazzo sin dalla mattina si dirada leggermente lasciando trapelare qualche raggio di sole, così alla fatica del cambio di pendenza si aggiunge il caldo.

Eirini più li osserva e più si interroga sullo scopo della sua missione: aiutare l’avanzamento delle coscienze sul pianeta. Da che parte mai potrebbe cominciare? Come soccorrere una società così follemente masochista?

Mentre i suoi pensieri si arrovellano, e i primi gruppi stanno affrontando l’ultimo tratto di pendio, il cielo si apre sulle loro teste facendoli fluttuare sopra le nuvole, fino alla vetta.

L’analisi della traccia registrata dal palmare dice che hanno percorso un dislivello di 1307 m raggiungendo, a quota di 3.063 m, la punta Rochers Charniers, il cui nome tradotto “Rocce del carnaio” sarebbe derivato, secondo alcuni studiosi, da una sanguinosa battaglia tra spagnoli e francesi nel vallone di Fenils svoltasi nel 1514, secondo altri, da un combattimento tra gli abitanti di Desertes e di Chateau Beaulard.

Eirini sollevata pensa: “Forse un minimo di evoluzione c’è stata, quanto meno questa salita non ha portato a spargimenti di sangue, ma solo dispersione di liquidi!

Sulla cima il gruppo si ricompatta, si rifocilla con bevande calde e cibarie varie, e si risparpaglia sui tre distinti spuntoni rocciosi che caratterizzano la vetta scattando foto per immortalare l’impresa. Appaiono tutti molto allegri e distesi, senza preoccupazioni, tanto che a Eirini per un momento, lassù, sembra di sfiorare il loro sentire e di provare insieme a quel gruppo di umani una connessione con l’immensità che li sovrasta e al tempo stesso li unisce.

L’intensità delle emozione è presto interrotta da una nuova stravagante operazione che vede tutti impegnati a staccare, arrotolare e ritirare negli zaini lunghe lingue collose. Ora gli attrezzi sottili riagganciati agli scarponi scivolano! Ecco svelato l’arcano! La ricompensa di tanta fatica è sotto gli occhi stupefatti di Eirini. Seguire il codone discendere i pendii è puro godimento. Intuisce pure che tecnica ed eleganza non appartengono proprio a tutti, ma nel complesso la sua vista è più che appagata.

Divertente vedere come i gruppetti nuovamente si dividano scegliendo traiettorie di discesa differenti per sfruttare al meglio le pendenze e come poi si raggruppino nei pianori.

Eirini accompagna a ritroso il gruppo fino al piazzale dove per tutto il tempo li ha attesi il bus. Il tempo di sistemare le attrezzature e ancora si compie un cambio di scena, il terzo tempo: compaiono vassoi di prelibatezze dolci e salate, vini e bevande di ogni sorta. Dal pane gourmet della mamma di Mitch, allo strepitoso Vov di Federico, al frizzantino vendemmiato da Luciano, o al mancato tagliere di Fred.

Nel tripudio dei sapori finalmente ad Eirini appare chiaro il senso della sua missione e soprattutto il contenuto della relazione che scriverà. Tornerà a Gimme Shelter e racconterà che il pianeta Terra ha davvero tanti problemi con cui fare i conti, dal cambiamento climatico alla perdita della biodiversità, dall’inquinamento dell’aria alla salute degli oceani, la sovrappopolazione… ma ci sono anche realtà stupefacenti in cui le persone vivono cercando un contatto con l’universo, tessendo legami inconsueti, in disuso.

Sono gli istruttori della scuola di scialpinismo del Cai Uget e lo fanno come volontari.

La straordinarietà sta nel fatto che, oltre a non essere retribuiti per insegnare, educare e trasmettere una passione, si assumono una responsabilità enorme, la stessa che la maggior parte dell’umanità oggi rifugge, con ogni possibile strategia.

Il fatto poi che siano in tanti e che ciascuno abbia una propria peculiare modalità, fa sì che gita dopo gita, rimescolando i gruppi, riescano a trasferire agli allievi nozioni, gesti ed emozioni che riportano lo stare in montagna ad un gesto primordiale e la condivisione tra le persone ad un atto semplice e spontaneo, dove tra 18 e 70 anni c’è uno spazio di agio e scambio smisurato.

Grazie SSA1 Cai Uget, il mondo visto con voi ha un gusto autentico.

Roberta Carofalo

Ora ecco a voi le foto.

SSA.1 USCITA 4 – 9 febbraio 2025: FLASSIN

Qualcuno scrive che la gita comincia il giorno prima, io penso che in realtà ci sia solo una lunga pausa in mezzo chiamata settimana in cui la mente corre più e più volte con la memoria all’esperienza recentemente trascorsa pregustando quella imminente. E nel frattempo si fantastica tramite le varie applicazioni e siti web, sulle tonnellate di neve previste che poi, puntualmente, vengono ridimensionate a una timida spolverata.

Ma poiché alcuni miei compagni, con meno esperienza della mia, non hanno ancora avuto la “fantastica” esperienza di incontrare la crosta non portante, la neve gessata o, meglio ancora, la neve-zoccolo-sulle-pelli, non posso che dire una cosa soltanto: “potrebbe andare peggio, potrebbe piovere” cit. E quindi, anche se i cm sono una decina scarsa, che è pochissimo, diciamocelo, alla fine “va bene lo stessooo!!” cit.

Ci si ritrova al solito orario nel solito posto per le gite della VdA; per inciso chi si lamenta dell’orario non ha mai assaporato il ritrovo delle 4.00, tranquilli prima o poi arriva per tutti, e si parte. Per fortuna non tocca a me guidare e quindi, dopo aver conosciuto Andrea, “imbucato” dall’SA2 in cerca di una buona sciata, un’oretta di non si disdegna.

Riprendo i sensi quando abbiamo già imboccato la valle del Gran San Bernardo, da lì a poco scoprirò di essere stato assegnato al gruppo 5, anche questa volta la corda si porta la prossima, e quindi not bad.

Scesi dall’autobus si cercano i compagni di gita Valentina e Gianluca, l’istruttrice Chiara e l’istruttore Stefano, realizziamo che come gruppo potremmo fare da sponsor alla Black Crows e partiamo. Sono tutti simpatici e facciamo subito amicizia.

Anche oggi il panorama è veramente incantato e pian pianino si apre la vista su un bellissimo vallone dove le tracce antropiche sono ridotte al minimo. Se a poca distanza da lì l’essere umano è riuscito ad arrivare con le sue macchine sportive a sgommmare sulla neve disturbando la quiete della natura, qua non è così. La neve sui rami fa la sua porca figura e le nuvole si stanno aprendo come previsto. Le foto verranno sicuramente bene e di questo il mio capogruppo è ben contento.

Il passo è sicuro, costante e rilassato il giusto per far sì che la fatica quasi non si avverta. In meno di due ore siamo già arrivati a metà della gita (1400 D+ in totale).

Giungiamo per primi al punto designato per gavare gli sci e proseguire a piedi, dietro di noi una lunga fila di formichine sta risalendo il pendio.

Come siamo niente di fronte alla maestosità di Madre Natura.

Gli ultimi 50 metri si fanno a piedi perchè non sarebbero banali da scendere con gli sci, se non giri dove devi fai un bel salto e questo gli istruttori penso proprio lo vogliano evitare. Inoltre siamo la metà di mille, tutti in cima non ci staremmo (in realtà è l’anticima ma, come si diceva prima “va bene lo stessooo!”. Siamo scialpinisti, dopotutto, e l’obiettivo è quello di sciare non di ravanare, almeno per il momento).

In punta si scattano foto e girano video del vallone sottostante e delle montagne circostanti. Il sole è uscito del tutto e il contrasto tra il blu del cielo e bianco della neve è qualcosa di meraviglioso. Si beve del tè, ci si congratula e poi si torna giù per lasciare spazio a chi segue.

Bonatti (chi non lo conosce corra a farsi una cultura in merito) una volta disse: “Chi più in alto sale più lontano vede, e chi più lontano vede più a lungo sogna”. Ecco perchè vado in montagna.

Purtroppo scendendo mi rendo conto che a Gianluca è venuta una vescica che lo ha costretto a rallentare il passo e quindi ci sta raggiungendo solo ora. Ma non importa, stringendo i denti sta comunque portando a termine la sua sfida personale ed è questo che amo di questa mia passione e della montagna in generale: nulla è regalato, tutto va conquistato con fatica, sudore e sacrificio. Che poi, in fondo, è un po’ una metafora della vita. Ma vuoi mettere il gusto dopo?

Un’altra cosa che amo è la goduria di sciare in neve fresca, e oggi si è goduto parecchio. Stefano, con la sicurezza di chi quel posto lo conosce bene, sa portarci sui pendii migliori, quelli meno battuti dal sole e dalle persone, dove la neve si è mantenuta meglio ed è tutto un ululato e grida di gioia.

Però non dimentichiamoci che è pur sempre un corso questo. Nonostante il clima sia oramai da gita con amici, ad un certo punto ci fermiamo per la parte pratica di ricerca di un travolto da valanga. Nulla di nuovo, ma tutto utile, nella speranza di imparare l’arte e metterla da parte per non doverla mai veramente usare.

E per finire, dopo aver nutrito lo spirito, bisogna anche nutrire il corpo. Ciò significa consueto banchetto, che, per inciso, rimane sempre carente di un supporto atto a specifica funzione di sostegno, chiamato tavolo. In sua vece sfoggio un tagliere su cui ripropongo una cibaria che va letteralmente a ruba. Bene così: zero sbatta per cucinare, massima soddisfazione dei miei compagni.

Il rientro sembra volare, ci si racconta, confronta, invoglia a fare di più, e rivedersi anche per altre occasioni. Anche questo è uno dei motivi per cui ho deciso di fare questo corso: trovare persone con cui condividere passioni e mi sembra che ci stia riuscendo.

Torno a casa che non ho voglia di fare manco più gli scalini della scala d’ingresso, il mio corpo ha bisogno di riposo ma la mia mente è ricaricata di energia; sento di aver vissuto appieno il tempo trascorso, sono in pace con il mondo.

Alla prossima avventura.

Federico Contardo

Ed ora ecco le foto!