Uscita 6 del 11-12 Aprile – Tour del Thabor

Uno strano figuro si avvicina con aria scanzonata e per nulla interessata. “Fai tu la relazione stavolta?”.

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Come dirgli di no?!

RELAZIONE – QUELLI DEL MATTINO

“Eccoli eccoli, sono loro!!!”

Domenica, ore 10.30, la profezia si avvera: i gruppi si fondono come le acque di uno stesso mare. E non stiamo parlando del bagnasciuga di Alassio, nonostante il sole abbacinante e il caldo possano far pensare ad una ridente cittadina costiera…

Siamo sull’ultima rampa che porta alla cappella del Thabor prima del plateau finale… e le acque che si riuniscono sono formate dagli Ugetini che hanno passato la notte in due rifugi diversi, ma con un’unica meta dal nome (quasi) messianico: il monte Thabor.

FLASHBACK

Sabato, ore 8 (ma che ne è delle sveglie all’alba?!), corso Regina. Dovrei già essere a Rivoli… questa volta mi lasciano in città. E invece arrivo in ritardo e vengo accolta da sorrisi e abbracci. Il mio primo tentativo di richiesta di un passaggio in auto ha subito esito positivo. D’accordo con agli altri equipaggi si programma la sosta all’autogrill.

Qualcosa non torna, troppi desideri si avverano in una volta sola. Cosa è successo alla “cupola” che organizza le uscite?! Tutta questa comodità è sospetta, è necessario prestare molta attenzione, potrebbe essere un modo per attirare gli allievi in una trappola. Già… gli allievi. Ma che ne è di alcuni di noi?! Si dice che non potessero partire al mattino. Saliranno nel pomeriggio, dormendo al rifugio “3° Alpini”. Dicono che ci riuniremo domattina, nell’ultima parte della salita al Monte Thabor. Che organizzazione bizzarra… forse non dovrei credere a questa storia… Quegli allievi potrebbero essere già delle vittime di un piano diabolico superiore… mi chiedo cosa possano avere in testa il Diretur e gli altri suoi compari…

La mattinata fila via liscia proprio come era stato previsto nella riunione del mercoledì. Lasciate le macchine all’altezza dei due rifugi della valle stretta, calzati gli scarponi, vengono comunicati i gruppi e si inizia il cammino. Io ho il tempo di usare la toilette de “I re magi” e, di nascosto, prendo persino un caffè… leggo sul cartello che questo rifugio nel passato è stato di proprietà del CAI Uget… questa coincidenza è davvero molto strana…

La prima parte della salita si consuma su terriccio alternato a brevi chiazze di neve alquanto bagnata. Gli sci per ora se ne stanno comodi legati ai nostri zaini, impensabile ipotizzare che riusciremo a metterli ai piedi. Forse il monte verso cui dobbiamo salire è il Tabor, in Galilea, e questa è la nostra via crucis… Gli eventi stanno prendendo una bruttissima piega!

E invece, risaliti 200 metri, il fondo inizia ad essere di un bianco omogeneo e in breve ci troviamo in vallate immacolate, circondati da cime orgogliosamente svettanti. Sarà anche la via verso una trappola, ma quanto è bella! La salita si rivela un’ottima occasione per osservare la situazione dei pendii che ci circondano e per imparare a riconoscere le zone più temibili e da evitare sia in salita che in discesa.

Dopo una sosta piuttosto rilassante durante la quale si consumano generi alimentari di vario tipo (il risotto agli asparagi di Cavùr purtroppo è già terminato all’inizio della salita) e gli appassionati della tintarella a stento si trattengono dall’usare la carta stagnola dei panini come schermo abbronzante, si riparte alla volta dell’ormai vicinissimo Refuge du Thabor.

Abbiamo giusto il tempo per sistemarci nelle camerate e rinfrescarci con una birra quando veniamo richiamati all’ordine e alla disciplina. Si esce nella neve, è necessario imparare nuove tecniche di sopravvivenza in ambiente alpino e ostile. Gli amanti dei rifugi sotterranei dicono che scaveranno una truna, ma in breve si convertono alla lezione sull’uso dei ramponi. Il campo fuori dal rifugio sembra quello per le esercitazioni dei marines: c’è chi si arrampica con ramponi su per pendii ripidi, chi simula delle cadute con piccozza, chi si butta con salti da circense giù per un piccolo dirupo innevato. Dalle retrovie il colpo di scena: la simulazione del ferito che viene portato in salvo con la barella pare la messa in scena di un piccolo dramma teatrale che ci fa capire quanto possa essere difficile condurre una spedizione di salvataggio (il ferito, alias Lucy Pinots, è salvo).

Rientriamo in rifugio soddisfatti delle nostre prodezze e pronti a mettere le gambe sotto il tavolo. Consumiamo la cena in allegria e, complice la chitarra trovata in rifugio e i virtuosismi del chitarrista del gruppo (mitico Luigi!), concludiamo la serata con i grandi classici della tradizione italiana e con la performance del Diretur che con disinvoltura si esibisce in una sorta di ninna nanna autocelebrativa augurando un buon riposo a tutti i suoi allievi… (nota: la prossima volta portiamo i canzonieri!).

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Nella notte, cullata dagli armonici dei miei compagni di camerata, penso che forse non c’è nulla da temere, siamo tornati alla “normalità”: l’appuntamento della colazione di domani è fissato per le 5.30!

E così al mattino ci ritroviamo, chi più riposato e chi meno, al tavolo della colazione. Poi “velocemente” ci spingiamo fuori dal rifugio. Modestamente mi ritrovo nel gruppo degli ultimi ad uscire allo scoperto e, per velocizzare questo inizio di giornata, l’uscita dal rifugio coincide anche con il cancelletto del controllo artva. Direttore, vice-direttore e istruttore in capo ci attendono al varco come i controllori della sicurezza in aeroporto.

La salita inizia avvolta ancora dall’oscurità, ma in breve il sole inizia a riscaldare le cime e l’emozione è forte quando i suoi raggi arrivano a baciare anche noi, coraggiosi scialpinisti mattinieri.

L’ascesa continua, intervallata da pendenze e pianori, fino al Passage du Pic du Thabor, a quota 2950, quando, di fronte alla meravigliosa catena del delfinato, togliamo le pelli ed assaggiamo la prima discesa della giornata con la neve ancora gelata dal freddo della notte. In questo versante spira un po’ di vento gelido e per fortuna il ripellamento avviene in una valletta assolata. Si ricomincia a salire quando viene consigliato l’uso dei coltelli il cui utilizzo è limitato ad un breve tratto particolarmente esposto. In effetti la pendenza su questo versante è decisamente aumentata e finalmente è necessario esibirci in eleganti gucie.

Ci stiamo avvicinando alla sommità e raggiungiamo il pendio finale che conduce alla Chapelle quando vediamo che dal versante opposto stanno salendo degli scialpinisti; alcuni alzano il bastoncino in segno di saluto…

“Eccoli eccoli, sono loro!!!” L’arrivo in vetta si fa un po’ magico con questa sincronia di fatiche che si riuniscono. Ormai i dubbi sono fugati: nessun complotto si è consumato alle nostre spalle, “quelli del pomeriggio” sono arrivati con noi in cima al Thabor!

Superiamo la cappella in pietra e ci ritroviamo sulla sommità del Monte Thabor a 3.178 mt. La vista a 360° è una catena ininterrotta di montagne e anche questa volta si rinnova la meraviglia di fronte alla grandiosità delle nostre Alpi.

La temperatura mite ci permette di fermarci in cima per sgranocchiare qualcosa, abbracciare i compagni ritrovati e quelli che con fatica conquistano la vetta. La chiamata a rimettersi in pista non tarda però ad arrivare. Con questo caldo non è il caso di ritardare il rientro alla base e così, dopo una breve visita alla cappella, iniziamo la discesa verso valle su una bella neve primaverile.

Questa relazione sarebbe finita qui se non fosse per la forte vocazione del gruppo a condividere sì le fatiche, ma soprattutto la soddisfazione che si prova alla fine di una gita. E così ci ritroviamo sul prato di fronte al rifugio “3° Alpini” a prolungare i saluti nella semplicità del pane e salame.

Alla prossima amici!   Paola

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