Giorno 1 – Mont Fourchon
Sono le 5:45 nel solito parcheggio dietro al Mc Donald. Le solite cartacce a terra, la solita temperatura e il solito cielo buio. Eppure questa volta è diverso, c’è qualcosa di speciale. Oggi si parte per “La due giorni”. Niente autobus, si fanno le proverbiali macchinate. Cosa avrò dimenticato? Troppo tardi, ormai siamo partiti. Destinazione, poco oltre la frazione di Saint-Rhémy, o in altre parole, finché c’è asfalto lungo la strada del Gran San Bernardo. Si ammucchiano le macchine appena prima della neve e subito ci si rende conto del motivo della levataccia: i posti auto sono risicati e noi siamo in tanti. Si cercano i compagni di gita, si fa il check degli artva e si comincia a camminare.
La neve è particolarmente dura ma le timidissime pendenze di tutta la prima parte di camminata non ci creano nessuna difficoltà. Al contrario ci lasciano il tempo di guardarci attorno e di notare, un po’ qua e un po’ là, piccole valanghe di fondo vecchie e gelate, che ormai non rappresentano più un pericolo (per oggi l’allerta valanghe è addirittura 1), ma che ci ricordano che qualche giorno prima sarebbe stato saggio lasciar perdere. In men che non si dica oltrepassiamo il ponte della statale e ci avviciniamo a quelle che sarebbero state le prime vere difficoltà della giornata. Raggiungiamo un’ampia conca e sulla destra si presenta un bel canale ripido. Decidiamo di affrontarlo. Niente di particolarmente difficile o pericoloso dal punto di vista tecnico, ma è un’ottima occasione per provare ad utilizzare i rampant (o più comodamente coltelli), che fino ad allora nelle precedenti gite non erano ancora stati tirati fuori dallo zaino. Un po’ alla volta, inversione dopo inversione, riusciamo a superare il canale, e proseguiamo liberandoci (finalmente) dai coltelli. Raggiunto l’alpeggio ‘Lo Baou’, cerchiamo di ricompattare un po’ il gruppo, ma sopraggiunti i primi brividi di freddo, per evitare di doversi rivestire, dato che nel frattempo la famosa cipolla aveva perso parecchi strati, si decide di ripartire.
La fila torna ad allungarsi e pian piano si riprende a guadagnare metri preziosi. La traccia vira progressivamente verso Ovest e nonostante qualche nuvola in alta quota, guardandosi alle spalle, il bel tempo ci permette di apprezzare la carovana che contraddistingue ormai le gite del CAI U.G.E.T. Le ultime centinaia di metri, e finalmente la meta di oggi è a portata di mano: siamo a pochi passi dalla vetta del Mont Fourchon (2902 m s.l.m.). In basso si vede il Colle del Gran San Bernardo, più lontano il Mont Vélan e maestoso, ma con la testa tra le nuvole, il Grand Combin. La vista sarebbe già più che sufficiente a giustificare le fatiche fatte per guadagnare i circa 1200 m di dislivello della giornata, ma per mettere la “ciliegina sulla torta” bisogna ancora togliere gli sci, aggiungere una giacca, mettersi il casco e compiere gli ultimi pochi passi a piedi. La vetta è stretta, quindi si arriva, si fa qualche foto e si torna sotto per lasciare il posto al prossimo. Si cerca di fare in fretta, ma non si scende prima di aver ammirato le Grandes Jorasses, il Dente del Gigante e in fondo, anche lui con la testa tra le nubi, sua Maestà il Monte Bianco.
Dopo pochi minuti Raffaele annuncia che suo figlio Marco (mascotte della scuola, insieme alla sorellina Magda, oggi con la mamma in trasferta per un weekend rosa) è costretto a tornare giù il prima possibile. Nel pomeriggio ha una partita di campionato e non può mancare. Inutile sottolineare lo stupore e l’ammirazione dell’intero corso SA1, allievi e istruttori.
Arrivati tutti, tolte le pelli, mangiato e bevuto, si comincia a scendere. La parola d’ordine è “perdere quota con dignità”. Le condizioni della neve non sono infatti ottimali (qualcuno direbbe “da intenditori”), anzi, sono abbastanza difficili, soprattutto per chi non è molto ferrato sulla conduzione dello sci in fuoripista. Rimane quasi sempre dura e crostosa, anche se talvolta, dove il versante si concede un po’ di più ai raggi solari, molla sui primissimi centimetri, regalando una sciata un po’ più disinvolta, anche ai meno esperti. Arrivati circa 600 m più a valle, l’ordine è di ricompattare il gruppo per decidere dove installare il campo per la lezione pomeridiana. L’argomento del giorno è la stratigrafia del manto nevoso a cura di Filippo. Si raggiunge la base del canale e nella conca sottostante viene scavata una generosa buca (ad opera di baldi aiutanti), che sarà oggetto di lezione. Una volta conclusa si ringrazia l’insegnante, ma soprattutto Vittorio per la fondamentale collaborazione e si conclude anche l’ultimo tratto di discesa, senza farsi mancare qualche bella spinta di braccia finale.
Concluse le fatiche ci si può definitivamente concedere alle leccornie che anche oggi vengono imbandite per la consueta festicciola post-gita. A questo proposito, non posso non sottolineare il contributo di Roberta, che questa volta si è superata, portando una torta con tanto di scritta “SA1 2025”, qualcuno le faccia una statua. Foto di rito e tutti in macchina alla volta dell’albergo Marietty (ad Échevennoz-Dessus, poco sotto Étroubles). Assegnate le camere con solenne cerimonia, si affrontano i calzettoni puzzolenti e ci si lava. Una volta risistemati, tutti a cena. Minestrone, un po’ di salsiccia, un mestolo di patate e carote e altro completano una cena non ottima, ma sufficiente a soddisfare i più. Finito di mangiare, si chiacchiera, si scherza e ci si concede qualche bicchiere. Alla fine però, chi prima chi dopo, si raggiunge il sacco a pelo e si va a dormire, che domani la sveglia suonerà prima dell’alba, per un’altra avventura in montagna.
Gabriele Costa
Giorno 2 – Col des Ceingles
La giornata di domenica inizia alle 6.30 con una sveglia molesta e confusa che insieme all’odore degli scarponi proietta già verso la vetta di oggi.
Ci trasciniamo a colazione sperando nei super poteri del caffè, che però non sembra possedere le sperate doti elettrolitiche. Nonostante qualche sbadiglio e facce stanche i tavoli della colazione sono animati da vociare risate e frizzantezza, lo stare insieme sembra molto apprezzato.
Dopo il briefing tecnico, le squadre sono formate e sembra che le preferenze chieste la sera prima rispetto ad istruttori e compagni con i quali avremmo voluto condividere questa ultima avventura siano state rispettate. Le macchine sono pronte, ognuno imposta la colonna sonora preferita, noi optiamo per un best of di Robbie Williams, effettivamente unica opzione musicale disponibile.
Eccoci arrivati al parcheggio di Crevacol, il punto di partenza designato, il cielo presenta qualche nuvola e il clima è tutto sommato piacevole, non ci facciamo prendere troppo dall’entusiasmo perché le notizie metereologiche non hanno dato grandi speranze. Calziamo gli sci e partiamo subito con un avvicinamento dignitosamente tranquillo lungo la conca del torrente attraverso la Comba de Merdeux.
Piccola pausa al primo pianoro e poi partiamo a cannone verso la prima vera sfidante salita. Qui c’è chi si cimenta senza coltelli non facendosi intimidire dalla pendenza ghiacciata, c’è chi invece si ferma per accessoriare gli sci. Con inversioni, che ormai potremmo definire ‘magistrali’, raggiungiamo un ulteriore tratto in piano, perfetto per riprendere fiato e prepararsi psicologicamente all’ultima impresa. I gruppi avanti stanno imboccando un canalino che, a giudicare dalle spaccate scomposte e pattinate sul posto sembra essere leggermente ghiacciato. Intanto il cielo si è fatto bianco e monocromatico, non vi è traccia del sole, nostra speranza per addolcire una neve bella tenace. Decidiamo quindi di aggredire la salita per il colle da destra, quelli che prima si sono sentiti temerari ora montano i coltelli e indossano il casco come richiesto dagli istruttori. Attacchiamo l’ultima salita nel completo white out, che ci fa procedere un po’ disorientati fino al colletto.
Arriviamo al tanto agognato Col de Ceingles a più riprese, infatti anche chi sembrava essersi arreso decide coraggiosamente di conquistare il colle.
Dopo una pausa ovattata e frescolina arriva il momento di scendere. Le perplessità sulla discesa già erano sorte durante la complessa salita ma gli istruttori e aiuto-istruttori aprono le danze e tengono alto il morale. I primi partono e si odono derapate croccanti in una neve che non ha accennato a mollare. Il pezzo iniziale è il più sfidante e istruttori e aiuto-istruttori tirano fuori tutte le loro abilità da discesisti e motivatori. La discesa continua tra qualche pit stop e qualche sci volante che acquista vita propria mostrando un gran desiderio di scendere a valle. Alla fine, tutte le ginocchia presenti alla partenza rientrano in valle e questa è la gran conquista della giornata. Ad attenderci al parcheggio c’è la nostra consueta merenda, anche se con amarezza scopriamo che altri bus di sciatori ci stanno facendo una brutale concorrenza con tavoli stracolmi di gorgonzola e salumi. Mangiato e bevuto come cavallette è il momento di riunirsi in un bel cerchio per ascoltare i saluti e i ringraziamenti. In un clima di gratitudine, ironia e memento mori, il direttore del corso, Stefano, ed Enzo, in sintesi, direi che ci eleggono il miglior corso SA1 di sempre essendoci noi distinti per doti tecnologiche, culinarie, simpatia e bravura. Ed è così con questa grande umiltà che si conclude il corso SA1 del CAI UGET. Ci vediamo a giugno per le pagelle.
Bianca ed Elisa, con il prezioso contributo di Federico G.
Per finire ecco le foto.