SSA.1 USCITA 6&7 – 8-9 marzo 2025: MONT FOURCHON – COL des CEINGLES

Giorno 1 – Mont Fourchon

Sono le 5:45 nel solito parcheggio dietro al Mc Donald. Le solite cartacce a terra, la solita temperatura e il solito cielo buio. Eppure questa volta è diverso, c’è qualcosa di speciale. Oggi si parte per “La due giorni”. Niente autobus, si fanno le proverbiali macchinate. Cosa avrò dimenticato? Troppo tardi, ormai siamo partiti. Destinazione, poco oltre la frazione di Saint-Rhémy, o in altre parole, finché c’è asfalto lungo la strada del Gran San Bernardo. Si ammucchiano le macchine appena prima della neve e subito ci si rende conto del motivo della levataccia: i posti auto sono risicati e noi siamo in tanti. Si cercano i compagni di gita, si fa il check degli artva e si comincia a camminare.

La neve è particolarmente dura ma le timidissime pendenze di tutta la prima parte di camminata non ci creano nessuna difficoltà. Al contrario ci lasciano il tempo di guardarci attorno e di notare, un po’ qua e un po’ là, piccole valanghe di fondo vecchie e gelate, che ormai non rappresentano più un pericolo (per oggi l’allerta valanghe è addirittura 1), ma che ci ricordano che qualche giorno prima sarebbe stato saggio lasciar perdere. In men che non si dica oltrepassiamo il ponte della statale e ci avviciniamo a quelle che sarebbero state le prime vere difficoltà della giornata. Raggiungiamo un’ampia conca e sulla destra si presenta un bel canale ripido. Decidiamo di affrontarlo. Niente di particolarmente difficile o pericoloso dal punto di vista tecnico, ma è un’ottima occasione per provare ad utilizzare i rampant (o più comodamente coltelli), che fino ad allora nelle precedenti gite non erano ancora stati tirati fuori dallo zaino. Un po’ alla volta, inversione dopo inversione, riusciamo a superare il canale, e proseguiamo liberandoci (finalmente) dai coltelli. Raggiunto l’alpeggio ‘Lo Baou’, cerchiamo di ricompattare un po’ il gruppo, ma sopraggiunti i primi brividi di freddo, per evitare di doversi rivestire, dato che nel frattempo la famosa cipolla aveva perso parecchi strati, si decide di ripartire.

La fila torna ad allungarsi e pian piano si riprende a guadagnare metri preziosi. La traccia vira progressivamente verso Ovest e nonostante qualche nuvola in alta quota, guardandosi alle spalle, il bel tempo ci permette di apprezzare la carovana che contraddistingue ormai le gite del CAI U.G.E.T. Le ultime centinaia di metri, e finalmente la meta di oggi è a portata di mano: siamo a pochi passi dalla vetta del Mont Fourchon (2902 m s.l.m.). In basso si vede il Colle del Gran San Bernardo, più lontano il Mont Vélan e maestoso, ma con la testa tra le nuvole, il Grand Combin. La vista sarebbe già più che sufficiente a giustificare le fatiche fatte per guadagnare i circa 1200 m di dislivello della giornata, ma per mettere la “ciliegina sulla torta” bisogna ancora togliere gli sci, aggiungere una giacca, mettersi il casco e compiere gli ultimi pochi passi a piedi. La vetta è stretta, quindi si arriva, si fa qualche foto e si torna sotto per lasciare il posto al prossimo. Si cerca di fare in fretta, ma non si scende prima di aver ammirato le Grandes Jorasses, il Dente del Gigante e in fondo, anche lui con la testa tra le nubi, sua Maestà il Monte Bianco.

Dopo pochi minuti Raffaele annuncia che suo figlio Marco (mascotte della scuola, insieme alla sorellina Magda, oggi con la mamma in trasferta per un weekend rosa) è costretto a tornare giù il prima possibile. Nel pomeriggio ha una partita di campionato e non può mancare. Inutile sottolineare lo stupore e l’ammirazione dell’intero corso SA1, allievi e istruttori.

Arrivati tutti, tolte le pelli, mangiato e bevuto, si comincia a scendere. La parola d’ordine è “perdere quota con dignità”. Le condizioni della neve non sono infatti ottimali (qualcuno direbbe “da intenditori”), anzi, sono abbastanza difficili, soprattutto per chi non è molto ferrato sulla conduzione dello sci in fuoripista. Rimane quasi sempre dura e crostosa, anche se talvolta, dove il versante si concede un po’ di più ai raggi solari, molla sui primissimi centimetri, regalando una sciata un po’ più disinvolta, anche ai meno esperti. Arrivati circa 600 m più a valle, l’ordine è di ricompattare il gruppo per decidere dove installare il campo per la lezione pomeridiana. L’argomento del giorno è la stratigrafia del manto nevoso a cura di Filippo. Si raggiunge la base del canale e nella conca sottostante viene scavata una generosa buca (ad opera di baldi aiutanti), che sarà oggetto di lezione. Una volta conclusa si ringrazia l’insegnante, ma soprattutto Vittorio per la fondamentale collaborazione e si conclude anche l’ultimo tratto di discesa, senza farsi mancare qualche bella spinta di braccia finale.

Concluse le fatiche ci si può definitivamente concedere alle leccornie che anche oggi vengono imbandite per la consueta festicciola post-gita. A questo proposito, non posso non sottolineare il contributo di Roberta, che questa volta si è superata, portando una torta con tanto di scritta “SA1 2025”, qualcuno le faccia una statua. Foto di rito e tutti in macchina alla volta dell’albergo Marietty (ad Échevennoz-Dessus, poco sotto Étroubles). Assegnate le camere con solenne cerimonia, si affrontano i calzettoni puzzolenti e ci si lava. Una volta risistemati, tutti a cena. Minestrone, un po’ di salsiccia, un mestolo di patate e carote e altro completano una cena non ottima, ma sufficiente a soddisfare i più. Finito di mangiare, si chiacchiera, si scherza e ci si concede qualche bicchiere. Alla fine però, chi prima chi dopo, si raggiunge il sacco a pelo e si va a dormire, che domani la sveglia suonerà prima dell’alba, per un’altra avventura in montagna.

Gabriele Costa

Giorno 2 – Col des Ceingles

La giornata di domenica inizia alle 6.30 con una sveglia molesta e confusa che insieme all’odore degli scarponi proietta già verso la vetta di oggi.

Ci trasciniamo a colazione sperando nei super poteri del caffè, che però non sembra possedere le sperate doti elettrolitiche. Nonostante qualche sbadiglio e facce stanche i tavoli della colazione sono animati da vociare risate e frizzantezza, lo stare insieme sembra molto apprezzato.

Dopo il briefing tecnico, le squadre sono formate e sembra che le preferenze chieste la sera prima rispetto ad istruttori e compagni con i quali avremmo voluto condividere questa ultima avventura siano state rispettate. Le macchine sono pronte, ognuno imposta la colonna sonora preferita, noi optiamo per un best of di Robbie Williams, effettivamente unica opzione musicale disponibile.

Eccoci arrivati al parcheggio di Crevacol, il punto di partenza designato, il cielo presenta qualche nuvola e il clima è tutto sommato piacevole, non ci facciamo prendere troppo dall’entusiasmo perché le notizie metereologiche non hanno dato grandi speranze. Calziamo gli sci e partiamo subito con un avvicinamento dignitosamente tranquillo lungo la conca del torrente attraverso la Comba de Merdeux.

Piccola pausa al primo pianoro e poi partiamo a cannone verso la prima vera sfidante salita. Qui c’è chi si cimenta senza coltelli non facendosi intimidire dalla pendenza ghiacciata, c’è chi invece si ferma per accessoriare gli sci. Con inversioni, che ormai potremmo definire ‘magistrali’, raggiungiamo un ulteriore tratto in piano, perfetto per riprendere fiato e prepararsi psicologicamente all’ultima impresa. I gruppi avanti stanno imboccando un canalino che, a giudicare dalle spaccate scomposte e pattinate sul posto sembra essere leggermente ghiacciato. Intanto il cielo si è fatto bianco e monocromatico, non vi è traccia del sole, nostra speranza per addolcire una neve bella tenace. Decidiamo quindi di aggredire la salita per il colle da destra, quelli che prima si sono sentiti temerari ora montano i coltelli e indossano il casco come richiesto dagli istruttori. Attacchiamo l’ultima salita nel completo white out, che ci fa procedere un po’ disorientati fino al colletto.

Arriviamo al tanto agognato Col de Ceingles a più riprese, infatti anche chi sembrava essersi arreso decide coraggiosamente di conquistare il colle.

Dopo una pausa ovattata e frescolina arriva il momento di scendere. Le perplessità sulla discesa già erano sorte durante la complessa salita ma gli istruttori e aiuto-istruttori aprono le danze e tengono alto il morale. I primi partono e si odono derapate croccanti in una neve che non ha accennato a mollare. Il pezzo iniziale è il più sfidante e istruttori e aiuto-istruttori tirano fuori tutte le loro abilità da discesisti e motivatori. La discesa continua tra qualche pit stop e qualche sci volante che acquista vita propria mostrando un gran desiderio di scendere a valle. Alla fine, tutte le ginocchia presenti alla partenza rientrano in valle e questa è la gran conquista della giornata. Ad attenderci al parcheggio c’è la nostra consueta merenda, anche se con amarezza scopriamo che altri bus di sciatori ci stanno facendo una brutale concorrenza con tavoli stracolmi di gorgonzola e salumi. Mangiato e bevuto come cavallette è il momento di riunirsi in un bel cerchio per ascoltare i saluti e i ringraziamenti. In un clima di gratitudine, ironia e memento mori, il direttore del corso, Stefano, ed Enzo, in sintesi, direi che ci eleggono il miglior corso SA1 di sempre essendoci noi distinti per doti tecnologiche, culinarie, simpatia e bravura. Ed è così con questa grande umiltà che si conclude il corso SA1 del CAI UGET. Ci vediamo a giugno per le pagelle.

Bianca ed Elisa, con il prezioso contributo di Federico G.

Per finire ecco le foto.

SSA.1 USCITA 5 – 23 febbraio 2025: ROCHERS CHARNIERS

“Mayday mayday mayday! Eirini a Isychia, ripeto Eirini a Isychia.”

Nessuna risposta.

“Qui Eirini, temo ci sia un errore nelle coordinate inviate.  Mi trovo in un campo da tennis a lato di un supermercato, l’insegna dice Mercatò – passo e chiudo”.  

Nessuna risposta.

“Resto in attesa di vostri aggiornamenti – passo e chiudo”.

Ancora nessuna risposta.

Come ogni anno, sul pianeta Gimme Shelter è stata convocata l’assemblea plenaria per il monitoraggio evolutivo. L’ordine del giorno è inviare qualcuno sulla Terra per verificare lo stato di avanzamento del processo evolutivo, e aiutare lo sviluppo delle coscienze qualora necessario. Gli anziani che avevano visitato la Terra oltre 200 anni prima, narrano dell’era napoleonica, scossa da guerre e pervasa da manie espansionistiche. Nessuno vuole offrirsi volontario per la spedizione e si procede tirando a sorte. Viene sorteggiata Eirini che stamane, 23 febbraio 2025 ore 05:55, cercava di contattare Isychia, il responsabile delle missioni.

Non ricevendo risposta alla richiesta di aiuto, Eirini decide di abbandonare il velivolo sul campo da tennis e, celata nel suo mantello dell’invisibilità, esplorare la zona circostante. Dopo pochi minuti, la sua attenzione viene attratta dall’arrivo di un grande pullman. Dalle auto ferme nei parcheggi circostanti emergono, un po’ alla volta, numerosi uomini e donne di varie età. Tutti hanno lunghe sacche scure, borsoni e zaini, li caricano sul bus, salgono e prendono posto sul bus che attende col motore acceso. Eirini, nota a tutti i colleghi per la sua incontenibile curiosità, senza pensarci due volte si infila in un anfratto del pullman.

Sono le 6.20 quando inizia la sua avventura.

Il viaggio dura poco più di un’ora. Quando il pullman di ferma il suo palmare indica “Claviere – Italia -1760 m s.l.m.” L’equipaggio, inizialmente ordinato e silente, si prepara a sbarcare. Le facce stropicciate dal sonno riprendono rapidamente vita con l’aria fresca di Claviere. In breve è tutto un fermento. L’equipaggio inizia a formare piccoli gruppi. Ciascuno calza scarponi rigidi, indossa un apparecchio elettronico che bippa all’accensione, estrae dalle sacche singolari oggetti lunghi e sottili con la parte finale ricurva e li fissa allo zaino. Terminati i preparativi ogni gruppetto si mette in movimento. Percorrono un breve tratto attraverso l’abitato per poi imboccare una stradina laterale dove la dura pavimentazione della strada lascia posto prima al terreno nudo ghiacciato e poi alla candida neve. Breve cambio di assetto, scaricano le aste dagli zaini e con una serie di “click e clack” le agganciano agli scarponi e si avviano con passo scivolato su un sentiero che si inoltra nel Vallone delle Baisses.

Eirini, abituata alle velocità del suo pianeta, si diverte a fare su e giù per il tragitto soffermandosi a tratti sui gruppetti che procedono più o meno allineati. Ci sono giovanotti baldanzosi che aprono la fila: hanno matasse di corde sugli zaini e un ritmo invidiabile per essere umani, si raccontano aneddoti divertenti e li avvolge un’allegria contagiosa. Più indietro c’è chi chiacchiera meno e ascolta attentamente le osservazioni sulle condizioni nivometeo che le figure con le giacche rosse, riportano sapienti.

Alcuni si fermano per ristorarsi con bevande calde, altri procedono a passo lento e costante, altri ancora sono visibilmente in affanno e non sembra si divertano troppo. Tra tutti si scorgono anche due prodigiosi bambini che avanzano con un portamento da esseri soprannaturali.

Poco dopo la fine del bosco il gruppo raggiunge un ingegnoso, ma rudimentale, marchingegno che fa salire e scendere lungo un pendio dei sedili saldamente ancorati a un cavo. Su di esso si legge seggiovia Chalvet. Nonostante l’evidente vantaggio di tale sistema di locomozione, il gruppo prosegue nel fondo del vallone in direzione del colle dei Trois Frères Mineurs. Alcune voci parlano di deviare prima del colle e risalire un erto pendio sulla sua destra, altre di superarlo e risalire alle sue spalle.

Prima del colle il gruppo si ferma, confabula lungamente e poi riparte. Vanno a destra. L’andamento che fino ad allora era stato per lo più lineare si trasforma in uno zig-zagare, l’incedere è accompagnato da una mossa bislacca che spezza la retta per invertirne la rotta.

La nebbia che aveva avvolto il codazzo sin dalla mattina si dirada leggermente lasciando trapelare qualche raggio di sole, così alla fatica del cambio di pendenza si aggiunge il caldo.

Eirini più li osserva e più si interroga sullo scopo della sua missione: aiutare l’avanzamento delle coscienze sul pianeta. Da che parte mai potrebbe cominciare? Come soccorrere una società così follemente masochista?

Mentre i suoi pensieri si arrovellano, e i primi gruppi stanno affrontando l’ultimo tratto di pendio, il cielo si apre sulle loro teste facendoli fluttuare sopra le nuvole, fino alla vetta.

L’analisi della traccia registrata dal palmare dice che hanno percorso un dislivello di 1307 m raggiungendo, a quota di 3.063 m, la punta Rochers Charniers, il cui nome tradotto “Rocce del carnaio” sarebbe derivato, secondo alcuni studiosi, da una sanguinosa battaglia tra spagnoli e francesi nel vallone di Fenils svoltasi nel 1514, secondo altri, da un combattimento tra gli abitanti di Desertes e di Chateau Beaulard.

Eirini sollevata pensa: “Forse un minimo di evoluzione c’è stata, quanto meno questa salita non ha portato a spargimenti di sangue, ma solo dispersione di liquidi!

Sulla cima il gruppo si ricompatta, si rifocilla con bevande calde e cibarie varie, e si risparpaglia sui tre distinti spuntoni rocciosi che caratterizzano la vetta scattando foto per immortalare l’impresa. Appaiono tutti molto allegri e distesi, senza preoccupazioni, tanto che a Eirini per un momento, lassù, sembra di sfiorare il loro sentire e di provare insieme a quel gruppo di umani una connessione con l’immensità che li sovrasta e al tempo stesso li unisce.

L’intensità delle emozione è presto interrotta da una nuova stravagante operazione che vede tutti impegnati a staccare, arrotolare e ritirare negli zaini lunghe lingue collose. Ora gli attrezzi sottili riagganciati agli scarponi scivolano! Ecco svelato l’arcano! La ricompensa di tanta fatica è sotto gli occhi stupefatti di Eirini. Seguire il codone discendere i pendii è puro godimento. Intuisce pure che tecnica ed eleganza non appartengono proprio a tutti, ma nel complesso la sua vista è più che appagata.

Divertente vedere come i gruppetti nuovamente si dividano scegliendo traiettorie di discesa differenti per sfruttare al meglio le pendenze e come poi si raggruppino nei pianori.

Eirini accompagna a ritroso il gruppo fino al piazzale dove per tutto il tempo li ha attesi il bus. Il tempo di sistemare le attrezzature e ancora si compie un cambio di scena, il terzo tempo: compaiono vassoi di prelibatezze dolci e salate, vini e bevande di ogni sorta. Dal pane gourmet della mamma di Mitch, allo strepitoso Vov di Federico, al frizzantino vendemmiato da Luciano, o al mancato tagliere di Fred.

Nel tripudio dei sapori finalmente ad Eirini appare chiaro il senso della sua missione e soprattutto il contenuto della relazione che scriverà. Tornerà a Gimme Shelter e racconterà che il pianeta Terra ha davvero tanti problemi con cui fare i conti, dal cambiamento climatico alla perdita della biodiversità, dall’inquinamento dell’aria alla salute degli oceani, la sovrappopolazione… ma ci sono anche realtà stupefacenti in cui le persone vivono cercando un contatto con l’universo, tessendo legami inconsueti, in disuso.

Sono gli istruttori della scuola di scialpinismo del Cai Uget e lo fanno come volontari.

La straordinarietà sta nel fatto che, oltre a non essere retribuiti per insegnare, educare e trasmettere una passione, si assumono una responsabilità enorme, la stessa che la maggior parte dell’umanità oggi rifugge, con ogni possibile strategia.

Il fatto poi che siano in tanti e che ciascuno abbia una propria peculiare modalità, fa sì che gita dopo gita, rimescolando i gruppi, riescano a trasferire agli allievi nozioni, gesti ed emozioni che riportano lo stare in montagna ad un gesto primordiale e la condivisione tra le persone ad un atto semplice e spontaneo, dove tra 18 e 70 anni c’è uno spazio di agio e scambio smisurato.

Grazie SSA1 Cai Uget, il mondo visto con voi ha un gusto autentico.

Roberta Carofalo

Ora ecco a voi le foto.

SSA.1 USCITA 4 – 9 febbraio 2025: FLASSIN

Qualcuno scrive che la gita comincia il giorno prima, io penso che in realtà ci sia solo una lunga pausa in mezzo chiamata settimana in cui la mente corre più e più volte con la memoria all’esperienza recentemente trascorsa pregustando quella imminente. E nel frattempo si fantastica tramite le varie applicazioni e siti web, sulle tonnellate di neve previste che poi, puntualmente, vengono ridimensionate a una timida spolverata.

Ma poiché alcuni miei compagni, con meno esperienza della mia, non hanno ancora avuto la “fantastica” esperienza di incontrare la crosta non portante, la neve gessata o, meglio ancora, la neve-zoccolo-sulle-pelli, non posso che dire una cosa soltanto: “potrebbe andare peggio, potrebbe piovere” cit. E quindi, anche se i cm sono una decina scarsa, che è pochissimo, diciamocelo, alla fine “va bene lo stessooo!!” cit.

Ci si ritrova al solito orario nel solito posto per le gite della VdA; per inciso chi si lamenta dell’orario non ha mai assaporato il ritrovo delle 4.00, tranquilli prima o poi arriva per tutti, e si parte. Per fortuna non tocca a me guidare e quindi, dopo aver conosciuto Andrea, “imbucato” dall’SA2 in cerca di una buona sciata, un’oretta di non si disdegna.

Riprendo i sensi quando abbiamo già imboccato la valle del Gran San Bernardo, da lì a poco scoprirò di essere stato assegnato al gruppo 5, anche questa volta la corda si porta la prossima, e quindi not bad.

Scesi dall’autobus si cercano i compagni di gita Valentina e Gianluca, l’istruttrice Chiara e l’istruttore Stefano, realizziamo che come gruppo potremmo fare da sponsor alla Black Crows e partiamo. Sono tutti simpatici e facciamo subito amicizia.

Anche oggi il panorama è veramente incantato e pian pianino si apre la vista su un bellissimo vallone dove le tracce antropiche sono ridotte al minimo. Se a poca distanza da lì l’essere umano è riuscito ad arrivare con le sue macchine sportive a sgommmare sulla neve disturbando la quiete della natura, qua non è così. La neve sui rami fa la sua porca figura e le nuvole si stanno aprendo come previsto. Le foto verranno sicuramente bene e di questo il mio capogruppo è ben contento.

Il passo è sicuro, costante e rilassato il giusto per far sì che la fatica quasi non si avverta. In meno di due ore siamo già arrivati a metà della gita (1400 D+ in totale).

Giungiamo per primi al punto designato per gavare gli sci e proseguire a piedi, dietro di noi una lunga fila di formichine sta risalendo il pendio.

Come siamo niente di fronte alla maestosità di Madre Natura.

Gli ultimi 50 metri si fanno a piedi perchè non sarebbero banali da scendere con gli sci, se non giri dove devi fai un bel salto e questo gli istruttori penso proprio lo vogliano evitare. Inoltre siamo la metà di mille, tutti in cima non ci staremmo (in realtà è l’anticima ma, come si diceva prima “va bene lo stessooo!”. Siamo scialpinisti, dopotutto, e l’obiettivo è quello di sciare non di ravanare, almeno per il momento).

In punta si scattano foto e girano video del vallone sottostante e delle montagne circostanti. Il sole è uscito del tutto e il contrasto tra il blu del cielo e bianco della neve è qualcosa di meraviglioso. Si beve del tè, ci si congratula e poi si torna giù per lasciare spazio a chi segue.

Bonatti (chi non lo conosce corra a farsi una cultura in merito) una volta disse: “Chi più in alto sale più lontano vede, e chi più lontano vede più a lungo sogna”. Ecco perchè vado in montagna.

Purtroppo scendendo mi rendo conto che a Gianluca è venuta una vescica che lo ha costretto a rallentare il passo e quindi ci sta raggiungendo solo ora. Ma non importa, stringendo i denti sta comunque portando a termine la sua sfida personale ed è questo che amo di questa mia passione e della montagna in generale: nulla è regalato, tutto va conquistato con fatica, sudore e sacrificio. Che poi, in fondo, è un po’ una metafora della vita. Ma vuoi mettere il gusto dopo?

Un’altra cosa che amo è la goduria di sciare in neve fresca, e oggi si è goduto parecchio. Stefano, con la sicurezza di chi quel posto lo conosce bene, sa portarci sui pendii migliori, quelli meno battuti dal sole e dalle persone, dove la neve si è mantenuta meglio ed è tutto un ululato e grida di gioia.

Però non dimentichiamoci che è pur sempre un corso questo. Nonostante il clima sia oramai da gita con amici, ad un certo punto ci fermiamo per la parte pratica di ricerca di un travolto da valanga. Nulla di nuovo, ma tutto utile, nella speranza di imparare l’arte e metterla da parte per non doverla mai veramente usare.

E per finire, dopo aver nutrito lo spirito, bisogna anche nutrire il corpo. Ciò significa consueto banchetto, che, per inciso, rimane sempre carente di un supporto atto a specifica funzione di sostegno, chiamato tavolo. In sua vece sfoggio un tagliere su cui ripropongo una cibaria che va letteralmente a ruba. Bene così: zero sbatta per cucinare, massima soddisfazione dei miei compagni.

Il rientro sembra volare, ci si racconta, confronta, invoglia a fare di più, e rivedersi anche per altre occasioni. Anche questo è uno dei motivi per cui ho deciso di fare questo corso: trovare persone con cui condividere passioni e mi sembra che ci stia riuscendo.

Torno a casa che non ho voglia di fare manco più gli scalini della scala d’ingresso, il mio corpo ha bisogno di riposo ma la mia mente è ricaricata di energia; sento di aver vissuto appieno il tempo trascorso, sono in pace con il mondo.

Alla prossima avventura.

Federico Contardo

Ed ora ecco le foto!

SSA.1 USCITA 3 – 2 febbraio 2025: CIMA SAUREL

La vera gita dello scialpinista inizia già la sera precedente, con il rituale della preparazione.

A casa nostra è piuttosto facile, considerato che è praticamente rimasto già tutto in mezzo al salotto dalla gita precedente… In ogni caso, si procede con la solita (più o meno variabile) sequenza: applicare con precisione chirurgica le pelli di foca sulla soletta degli sci, infilare la scarpetta con la necessaria prepotenza nello scafo degli scarponi, ridurre la dimensione dei bastoncini telescopici e richiudere il tutto nelle apposite sacche.

Riempire la camel bag (non troppo che poi pesa) e preparare con astuzia una seconda borraccia da utilizzare in caso di emergenza (il rischio di congelamento della prima è sempre piuttosto alto).

Preparare almeno n.2 panini “svuota frigo” con il pane gentilmente offerto dalle signore della mensa del lavoro, e introdurre nelle apposite taschine dello zaino quanti più possibili cioccolatini, barrette e gellini che non sa mai: “durante l’attività sportiva, mangiare poco e regolare”, dicono.

Controllare il materiale di sicurezza: artva (con pile cariche!), pala e sonda nel loro scompartimento dello zaino dedicato, casco nella retina come i pro, coltelli e kit del pronto soccorso. Procedere con l’impilamento dei vestiti sulla sedia con la famosa tecnica della “cipolla”, così da essere pronti ad affrontare ogni possibile cambio di temperatura.

Infine, ripassare l’elenco delle “cose da portare” sul foglietto del CAI che sta appeso al frigo, non vorremmo rischiare di dimenticarci qualcosa, no?!

A letto presto e sveglia altrettanto presto. Colazione, vestizione e fuori casa!

Per la terza gita del corso ci ritroviamo a Rivoli alle 6:15. Solito pullman del volley, fucsia, riconoscibilissimo. Direzione Bousson. Gita prevista cima Saurel: dislivello 1032 m, esposizione Nord-Est, difficoltà sciistica MS. Traversata e rientro su Claviere.

Il viaggio dell’andata è sempre povero di chiacchere, luci soffuse, colli storti e occhi chiusi.

Poco prima dell’arrivo, un po’ assonnati ma impazienti, ascoltiamo l’annuncio dei gruppi: Martina, Eugenio e Andrea in apertura con Stefano Bertolotto, il direttore!

Si scende dal pullman e si cerca tra la folla “di persone e cose” il proprio materiale, i propri compagni e il proprio istruttore. Segue un piccolo ma importante briefing: cartina, bollettino valanghe, test di gruppo e via… inizia la salita.

Seguiamo una facile stradina battuta immersa in un magico boschetto. Gli alberi sono carichi di neve nuova e tra i rami inizia a filtrare qualche raggio di sole, la giornata si prospetta spettacolare!

Seguiamo il sentiero tracciato fino al Lago Nero, dove il fitto bosco si apre e lascia spazio ad ampi pendii innevati. Raggiungiamo il rifugio Capanna Mautino e, mentre i più rapidi si godono un buon caffè, aspettiamo di ricongiungerci al resto del gruppo.

Dopo una breve pausa, riprendiamo a salire per dossi poco pendenti. Il panorama è da mozzare il fiato: cielo azzurro, neve polverosa, niente tracce! Trovare un bel pendio vergine è una delle tante cose fighe che puoi fare con gli sci sotto ai piedi ed era la prima volta che ne percorrevo uno. Già pregustavo la discesa.

Passo dopo passo, avvistiamo la cima da raggiungere e, con l’obbiettivo sotto gli occhi, ci troviamo dopo poco alle soglie dell’ultimo pendio.

Per raggiungere la cima dobbiamo affrontare un tratto un pochino più pendente, ci cimentiamo quindi con le prime inversioni, le uniche della giornata. La prima non benissimo, alzo sempre troppo il tallone e mi dimentico di tenere vicine le ginocchia. La seconda va già meglio, alla fine ci vuole solo un po’ di pratica!

Arriviamo tra i primi in vetta, facciamo qualche foto, mangiamo un panino e ci prepariamo per la discesa.

La sensazione di sciare nella polvere non la capisci finché non la provi. Anche se non sono un fenomeno di tecnica in fuori pista mi sono goduta tutta la discesa… quella che, poi, sarebbe stata solo la prima.

Arrivati in fondo al pendio facciamo infatti le seguenti valutazioni: il tempo (era prima di mezzogiorno), la forza (le gambe di (quasi) tutti reggevano più meno ancora bene) e il “gaso” (la neve era troppo bella per terminare così la sciata). Rimettiamo le pelli in fretta e furia (questa volta con la precisione di un beccaio) e ricominciamo la salita: direzione Mont Gimont, circa.

Non arriviamo in cima, saliamo quel tanto che basta ad assicurarci una gran bella discesa. Stefano prepara un armamentario degno di un vero videomaker e ci filma con il drone lungo tutto il pendio, figo… almeno finché non vedrò il video della mia discesa a peso tutto indietro… ma vabbè alla fine siamo qui per imparare, penso.

Infine, cerchiamo una zona adatta dove fare una prova di autosoccorso in valanga perché lo scialpinismo non è solo salire e scendere ma, anche e soprattutto, conoscere la montagna, valutare i suoi pericoli e ridurre al minimo i suoi rischi. Artva, pala e sonda vorresti non doverli usare mai ma, se malauguratamente devi, almeno sappi come fare. Per questo facciamo il corso!

Uno per uno cerchiamo e troviamo l’artva che era stato nascosto sotto la neve dal nostro istruttore, sondiamo e spaliamo. Facciamo anche un po’ di stratigrafia, incredibile come si vedessero bene gli strati e le diverse forme dei cristalli di neve.

Terminata anche questa fase, ci ricongiungiamo alle piste del comprensorio dei Monti della Luna e raggiungiamo il fondo valle. Un po’ di portage fino al pullman (sempre quello del volley, fucsia, riconoscibilissimo) e ci prepariamo per l’ultima parte della gita: la degustazione dei cibi e delle bevande portati dagli allievi per conquistare la benevolenza degli istruttori. A tal proposito, io ho portato dei buonissimi biscotti fatti in casa con frutta secca e cioccolato, non per volerlo sottolineare. Comunque anche gli istruttori portano qualcosa, bisogna dirlo. Ad esempio, il mio fidanzato Giacomo, che quest’anno è aspirante istruttore, ha contributo all’80% nella preparazione di quei biscotti…

Il viaggio di ritorno non è come quello di andata, ci si racconta della giornata, si ride e si scherza. Alla fine, si avrà tempo per dormire, almeno fino alla prossima gita!

Martina Giorgi

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SSA.1 USCITA 2 – 19 gennaio 2025: COL SERENA

Ho perso il conto delle gite con partenza dal posteggio di Crevalcol. Alcune le avevo anche recensite. Non ne ricordo di memorabili: il posteggio con vista sugli orribili piloni ha il potere di maldispormi fin da quando calzo gli scarponi.

Potrei quindi sbrigarmela con un copia incolla di qualche relazione precedente, per vedere se (per citare il Manzoni) i “miei venticinque lettori” se ne accorgono. Ma la deontologia del bardo ufficiale della Scuola me lo impedisce. Certo, troverei più stimolante relazionare gite con mete più originali. Apprendo con invidia che il corso SA2 quest’anno si svolgerà in parte in Norvegia; ecco, quello sarebbe un bel banco di prova per il cronista! Però, conoscendo l’afflato del “past director”, la meta verrà raggiunta a piedi dal posteggio di Corso Giulio e in loco verrà percorso l’intero periplo della Scandinavia. Non farebbe per me.

Risaliamo la valle nell’oscurità, fuori dal finestrino una coltre bianca. Bene. Ma il tempo è da lupi. Presto toccherà abbandonare il teporino del lussuoso bus a due piani. Quando l’ho visto, ho temuto  una distinzione in caste: primo piano allievi, piano nobile istruttori, aggregati sul tetto. Ma all’UGET sono democratici, ci si mischia promiscuamente.

Meta il Col Serena, tra i classici itinerari nella valle del Gran San Bernardo. Parto con l’apertura, l’obiettivo è di tenere il passo di Magda, 9 anni. Ormai iniziano ad affacciarsi, insieme ai Centennials della generazione Z (1997-2012), gli Screenagers della generazione Alpha. Magda e Marco però secondo me sono generazione K2… Talis mater (et pater)…

La prima gita è come il primo giorno di scuola: ci si racconta le vacanze, si fa l’appello. Registro qualche ritorno dopo parentesi milanesi; ricompare Lady Resty (con la quale palpito seguendo la telecronaca della partita, perfidamente calendarizzata ad ora di pranzo… as usual, la compagine granata sfodererà una prestazione non adatta ai deboli di cuore); c’è qualche assenza per fiocco rosa… speriamo in rapidi rientri, appena finito lo svezzamento. Ancora non ho smesso di rimpiangere chi, pur avendo raggiunto dapprima il grado di AAIAIP (Aiuto Aspirante Istruttore Avventizio In Prova), proseguendo brillantemente il cursus honorum fino all’Olimpo degli istruttori – rango cui ho invano aspirato nei miei trent’anni di carriera, e che mi è stato negato solo per oscure manovre di palazzo – non ha ancora ripreso le pelli dal chiodo cui le aveva appese.

In salita si inizia a fare la conoscenza con i nuovi arrivati. Qualche dato statistico: alla scuola quest’anno sono stati ammessi 45 allievi, 28 uomini e 17 donne. Molti giovani: età media 32 anni, ma i membri della generazione Z annoverano ben 18 esponenti. Tre diciottenni, età minima per l’iscrizione alla scuola.

Altro elemento di rilievo è che le iscrizioni si sono chiuse in 45 secondi. Netti. C’era gente davanti al PC già a Ferragosto.

Come provenienza c’è chi arriva fin da Bologna (“Spero non stamattina”, mi informo preoccupato).

La salita è piacevole, graduale e senza strappi. Si incontrano alpeggi e casolari diroccati, superato il bosco si affrontano alcuni tratti con pendenza più marcata.

Peccato il tempo, siamo sovrastati ed immersi nel grigio. Odo commenti che suonano come un’invocazione tipo Santo Rosario: “Secondo me si apre”, “Mi sembra che più in alto si apra”, “Vedrai che si apre”. Non si apre.

Al Col Serena stop e dietro front: rinunciamo financo allo spuntino, che non ci godremmo, flagellati dal vento. Visibilità ridotta.

La cronaca dice circa 900 m di dislivello. Ho tenuto il passo di Magda, veramente indomita, tanto che gli assistenti sociali allertati dal Telefono Azzurro non sono riusciti a raggiungerci.

In cima ritrovo anche il mio pargolo, che – forte dei suoi diciott’anni – ad un certo punto mi ha superato come una Ferrari supera una Panda incidentata. Comportamento, invero, assai irrispettoso verso l’anziano genitore.

La discesa, sulla traccia di salita, non è male, anzi è proprio divertente, con una spanna di neve farinosa. Le buone condizioni hanno attratto anche un’altra scuola; morale, c’è più gente che sulle piste. Nell’ultima parte slalomiamo nel bosco, cosa assai ganza, che fornisce agli esordienti sci alpinisti alcune prime giustificazioni delle altrimenti insensate levatacce e faticacce. Nessuno centra i pini, la selezione della prova in pista è servita.

La liturgia della seconda uscita prevede l’esercitazione Arva. Ormai la Sacra Rappresentazione ha attori e ritmi collaudati: c’è il Sepolto, i Soccorritori Ardimentosi, il Superstite Angosciato. Il Direttore emerito fornisce il commento fuori campo, come il Coro greco. Lo scavo rivela che sotto di noi c’è oltre un metro di neve.

Quando arriviamo al bus, nel cielo si sta facendo largo una macchia azzurra. Sta a vedere che siamo riusciti ad azzeccare l’unica finestra di mal tempo. Manco Fantozzi.

Imbandiamo un rimorchio nel posteggio con zizzone di Battipaglia, Lambrusco, dolcini al cocco ed altre prelibatezze, per finire in bellezza.

Missa est, andate in pace.

 Cavùr

Ed ora ecco le foto

SSA.1 USCITA 2 – 19 gennaio 2025: COL SERENA

Relazione della novella scialpinista Irene Bonifazio.

Ritrovo alle 6:15 sotto una leggera pioggerellina. Dopo nemmeno una ventina di minuti dalla partenza il pullman cade nel silenzio, quasi tutti hanno colto l’occasione per dormire qualche oretta in più.

Ore 8:30, partenza dal posteggio degli impianti di Crevacol sotto la neve. Meta il Col Serena, un classico della valle del Gran San Bernardo.

Dopo aver attraversato il torrente Belle Combe, saliamo percorrendo a tratti la strada estiva che porta ai casolari e a tratti tagliando per i pendii circostanti, cercando di riprendere confidenza con le inversioni.

Raggiunti i casolari di Arp du Bois Desot a quota 1940 m circa facciamo un pausa, ci raggruppiamo e sgranocchiamo qualcosa.

Ripartiamo, chi più entusiasta della salita e chi meno, percorrendo un primo pendio più lieve per poi inoltrarci tra gli alberi dove, un paio di piccole cornici, rallentano un po’ le nostre inversioni ancora incerte.

Continuiamo a salire avvolti in una leggera nebbia puntinata da qualche fiocco di neve. Usciti dal bosco a quota 2100 m circa, la salita si fa nuovamente più dolce e regolare, prima dell’ultimo strappo per arrivare al Col Serena.

L’assenza di panorama e il vento freddo ci portano a scendere di qualche metro. Al riparo sotto al colle togliamo le pelli e aggiungiamo strati ai nostri indumenti sudati, i più intrepidi invece si cambiano. Breve pausa tremolante e si inizia a scendere nello strato morbido di neve fresca.

Scendiamo lungo la traccia di salita, la visibilità è poca, ma la neve è bella, la notte ci ha regalato una spanna di neve farinosa. Facciamo nuovamente tappa in prossimità dei casolari, dove teniamo gli occhi ben attenti puntati sulla dimostrazione di soccorso in caso di valanga, con focus sul sondaggio e sullo scavo. Nel frattempo il cielo sembra aprirsi leggermente, mostra anche qualche sprazzo di azzurro, ci illude… Non appena rimettiamo gli sci ai piedi, ecco che torna la nebbia.

Solo una volta arrivati al bus il cielo si apre definitivamente e, finalmente, riusciamo a scorgere alcune delle vette che ci circondano.

Per finire il bellezza imbandiamo un rimorchio con salami, salatini, torte, dolcini al cocco e altre prelibatezze e accompagniamo tutto con del buon vino.

Durante il viaggio di rientro il chiacchiericcio è costante, ricco di voci ancora eccitate dalla bella giornata trascorsa.

Irene

Ed ora ecco le foto

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SSA.1 I USCITA STAFFAL e ROSA

Con l’aprirsi del 2025, è partito puntuale il nuovo corso di SSA.1 con prima di tutto la tanto temuta prova in pista. Come è oramai tradizione si è svolta in quel di Gressoney – Staffal e ha visto 46 allievi sperimentarsi (chi alle prime armi e chi già con qualche esperienza) in risalite di piste, inversioni (con rispettive gioie e dolori) e discese in pista.

In conseguenza di alcuni incidenti tecnici (e dell’assenza del nostro immancabile Cavour – che oramai sempre più spesso si fa desiderare all’inizio stagione) ci troviamo per questa volta a non poter rievocare la giornata attraverso le parole, le ansie e le soddisfazioni dei principali partecipanti: gli allievi e le allieve.

Confidando che già dalla prossima uscita risolveremo il problema tecnico, auguriamo a tutti un buon inizio stagione!

SI RIPARTE!!

Pronti a un nuovo anno?

Si riparte mercoledì 8 gennaio 2025 con la seconda serata didattica:

Autosoccorso in valanga: formazione di base (Tesoriera ore 21:00)

e con la prima uscita 12 gennaio 2025.

Maggiori informazioni su destinazione e orario saranno condivisi durante la serata didattica dell’8 gennaio.