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SSA.1 Uscita 6 & 7 – 14-15 marzo 2026: weekend in Val Varaita

Giorno 1

Meteo incerto: pioggia, forse neve, forse foschia.
Siamo sorpresi? Certo che no! Alla fine, questo è l’SA1 più “sfortunato” di sempre, parafrasando qualcuno. Tuttavia, gli istruttori – vecchie volpi artiche – sanno che la neve c’è, nascosta da qualche parte, ma c’è, la fiutano: bisogna solo trovarla.

Il ritrovo è all’Hotel Torinetto nella ridente Sampeyre, che ci accoglie con una bella lavata di pioggia. Intorno tutto è verde, la primavera è vicina, forse avremmo dovuto portare gli sci da pietra, prato, pioggia. Non lo sapevamo, abbiamo quelli da fresca, che da qualche parte si nasconde. Il naso delle volpi non mente.

Si sale in auto per guadagnare un po’ di quota, tempo di fare un paio di tornanti e la pioggia diventa neve… Tanta neve! Che bello quando nevica così tanto! Guarda come cade! Ce n’è tantissima! Neve, neve, NEVE!

Ehmm, aspetta, ehi ehi, calma, troppa neve!
Le ruote slittano, non c’è più grip: metà corso rimane bloccato in un tornante.

Come facciamo? Mettiamo le catene? Tu lo sai fare? Dai, certo, ora capiamo.
Chiamiamo qualcuno?
In lontananza, si leva un suono, ninoo-ninoo-ninoo, un’ambulanza?!
Beh, oddio, mi sembra un po’ drastico…, no?

E infatti non era lì per noi (meno male). Tuttavia, colta da un attacco di entusiasmo, l’ambulanza slitta in discesa e finisce contro il muro del tornante con due ruote bloccate nella canalina di scolo dello stesso – Dobbiamo salvarla!

Mentre le grandi menti maschie si interrogano su come spingere, tirare, sollevare un’ambulanza di 35 quintali (perché, dai, “siamo almeno in 5, ce la facciamo”), le ragazze, pragmatiche, prendono in mano la situazione e le catene. Messe le catene alla ruota anteriore libera ecco che la trazione torna: i soccorritori sono salvi – Missione compiuta! Possiamo tornare a casa…

Ah no, giusto. SA1 sta “Sci Alpinismo 1” e non per “Soccorso Ambulanze 1”. Non eravamo qui per questo.
La neve adesso c’è: bisogna pellare.

Rinunciamo alle catene e, sci ai piedi, partiamo. Le due metà del corso si ricongiungono a Ponte Pelvo, destinazione: Bric Rotund, quota ~2450 m!

La gita ha inizio in un ampio vallone, circondato da boschi di larici. I primi pendii sono dolci e la salita risulta graduale, permettendo al corso di scaldare piano piano i muscoli protetti dalla foschia sorretta dalle forme dei larici.
Una volta abbandonata la “linea del bosco”, l’ascesa continua verso il caratteristico Bric Rotund, che non riusciamo ad ammirare nella sua rotondità causa, appunto, foschia. Da qui, si entra in un ambiente prettamente alpino, senza grandi alberi e con pendii maggiormente inclinati. La lettura del terreno è agevole ed è sufficiente evitare rocce e roccette che emergono qui e là dal manto nevoso. Grazie alle pendenze più sostenute il corso ha anche modo di dare una sgranchita alle anche e di destreggiarsi in una serie di inversioni che lo condurrà in vetta.

Snack rapido in cima, cambio assetto, e poi giù!
L’incipit risulta croccante e gli sci scricchiolano su ghiaccio e qualche roccetta appena coperta di neve. Ma, appena ritrovata una pendenza più moderata, la discesa diventa uno spettacolo: la neve ha avuto tempo di posarsi e tutti qui hanno fame di polvere.
Le volpi avevano ragione!

C’è neve e la discesa è divertente dall’inizio alla fine!
Fra boschetti e curve, tutto il corso si riunisce al ponte iniziale, la strada adesso è libera dalla neve, e tutti possono tornare all’Hotel e concedersi un bagno caldo e una serata in compagnia, fra chiacchiere, carte e qualche birretta.

Andiamo a letto contenti, il corso non è ancora finito, domani ci aspetta un’altra giornata.
Continua a nevicare, sorrido.


Giorno 2

Nella notte la neve è scesa dolce dal cielo, ricoprendo alberi, prati e cullando i sogni degli allievi.
D’un tratto… DRIIIIIN, è l’ultimo giorno di corso! SVEGLIA! Che ore sono?? Le 07:00?! Ma siamo in ritardissimo! Oddio, perderemo il pullman per andare in montagna!
E invece no, mio caro, oggi sei già in montagna. Ricordi?
È la due giorni del corso CAI e ci svegliamo in hotel, che lusso baby!

Siamo a Sampeyre e, dopo un’abbondante colazione, gli allievi sono pronti per una nuova avventura.
La neve scesa nella notte raccomanda prudenza, e istruttori e istruttrici pianificano la gita di oggi lungo i vecchi impianti sciistici di questa località. Allerta spoiler: si rivelerà una scelta vincente.

Check artva, sci, pelli, click, clack, pronti a partire a quota 970 m.
Ehm, che succede? Ma non aveva nevicato tutta la notte?
Beh, sì, evidentemente ovunque, tranne che sulle piste.
Pascoli erbosi si stagliano di fronte ai nostri occhi, con qualche macchia di neve qua e là.
Cambio di piano: stacca gli sci, apri i laccetti e attaccali allo zaino.

Gli allievi scoprono il portage.

Portage: nel contesto dello scialpinismo, il termine francese “portage” si riferisce al trasporto degli sci in spalla o attaccati allo zaino mentre si cammina a piedi su un pendio caratterizzato da manto nevoso discontinuo. L’attività ludica è contraddistinta dalla forte determinazione dei praticanti che fra imprecazioni di vario genere si dirigono verso un più omogeneo innevamento.

Infatti, superato il tratto iniziale di piste, a circa 1300 m si raggiunge la Borgata Sodani, dove tutti riescono a inforcare gli sci. Finalmente si parte.

L’ascesa lungo le piste si svolge tranquilla, con gli zaini leggeri e le gambe che, rinvigorite dal portage iniziale, ci portano fino a Borgata Sant’Anna, all’interscambio delle vecchie seggiovie.
Costeggiando l’impianto sul lato sinistro, si attraversano alcuni boschi radi.

Qui la neve è stupenda, è soffice ed è tanta.
Chiudo gli occhi. Sembra di essere in Canada, i rami degli alberi sono ricoperti di neve e sorreggono questo paesaggio idilliaco.

Roarrr, grrrr, stump stumpp, ci sono anche i grizzly.
Grizzly!? Eh?! Cosa?
Apro gli occhi: l’amico dietro di me sta sbattendo i piedi come un matto cercando di liberarsi degli zoccoli sotto le pelli.
Ah, ecco cos’era. Beh, niente orsi almeno.
A proposito, meglio che mi liberi dagli zoccoli anch’io.

Durante la salita, lungo il versante alla nostra sinistra, notiamo una piccola valanga spontanea: noi siamo al sicuro, tuttavia meglio non avventurarsi ulteriormente.
Raggiunta la carrozzabile sopra le piste, il gruppo decide di fermarsi per ricompattarsi e prepararsi alla discesa, siamo circa a quota 2000 m.

Pit stop: via le pelli, giù di sciolina e caramelle per recuperare un po’ di energie.
Accendete i motori, si parte.

La discesa è incredibile.
Forse la più bella fra tutte quelle affrontate durante il corso.

Ogni gruppo cerca la sua linea di discesa, fra boschetti e piccole radure, senza incrociare quella degli altri.
Abbiamo imparato tanto durante il corso e i mastri pittori si sono rivelati degli ottimi maestri.
Ora è il momento di disegnare le nostre curve, sempre sotto la loro supervisione.
Ci divertiamo un mondo, tutto prende colore, esce il sole:
Gli alberi sono in fiore.

Il corso si ricompatta a Sodani e, sci a spalle, si torna al punto di partenza.
È così che si chiude il grande libro del Corso SA1 Edizione 2026.

Un corso fatto di sci smarriti, pelli dimenticate e un meteo inclemente l’80% delle volte.
Un corso dove abbiamo imparato tanto, sorretto dalla competenza della scuola U.G.E.T., dalla passione e dalle lezioni forniteci da istruttori e istruttrici.

In auto, con gli scarponi sporchi di terra accanto a me, ripenso alla giornata di oggi:
Cominciata nel fango, passata per la polvere del Canada e ritornata nel fango.
E da qui l’augurio:

La neve è là fuori, andatevela a prendere!

Alberto Mossetto

E ora, a voi lo slideshow:
giorno 1
giorno 2

SSA.1 Uscita 5 – 1 marzo 2026: Cima delle Liste

Cima delle Liste… quasi

Ritrovo alle 6, un classico. La direzione è Prali.

Sconsigliato ai deboli di cuore salire a bordo di un autobus a due piani che sceglie di percorrere quella tratta, ma noi, temerari e, per fortuna, assonnati, ci imbarchiamo.

La giornata promette abbastanza bene, l’obiettivo è Cima delle Liste, circa 1200 m di dislivello a partire da Ghigo di Prali. Dopo il consueto smistamento degli allievi, iniziamo la salita in mezzo ad un bel boschetto bosco che ci accompagna per 7-800m.

Una volta usciti dal bosco e arrivati circa sulla dorsale che porta alla cima restiamo estasiati dai meravigliosi panorami che ci si presentano, una vista a 360°. Ci sembra di vedere, in lontananza, il monte Bianco… Ah no, scusatemi, errore mio – capita di sbagliarsi – il bianco c’era, ma del monte neanche l’ombra. Siamo così immersi nella nebbia che è tutto bianco, solo bianco!

Gli istruttori valutano che non sia il caso di proseguire, così terminiamo la gita circa 200 m sotto la cima. Mentre sgranocchiamo qualcosina ci godiamo ancora un po’ di panorama e poi ci prepariamo alla discesa.

La discesa… Esperienza mozzafiato! Per la prima parte si sceglie una modalità ad inseguimento, per esser ben sicuri che nessuno si possa perdere nella nebbia. Dall’ingresso nel boschetto – highlight della giornata – tutto cambia, coi suoi alberi fitti ma non troppo e la sua neve marciotta al punto giusto, ci regala emozioni forti.

Rientriamo al bus giusto in tempo per veder cadere le prime gocce di pioggia. Una bella merenda sinoira poi tutti a casa, in tempo per riprendersi dall’eroica traversata della Cima delle Liste (quasi).

Claudia Germano

A voi lo slideshow: link

SSA.1 Uscita 4 – 15 Febbraio 2026: Rocher de la Garde

Cronaca della giornata

Partenza ore 6:30, ormai rito consolidato: occhi piccoli, zaini grandi e pullman che diventa dormitorio, bar, e salotto delle imprese sportive del weekend. Rispetto alla prima gita, i nomi hanno finalmente trovato le facce e il clima è quello delle squadre che iniziano a conoscersi davvero.

Arrivo a Beaulard. Prima ancora di mettere gli sci, veniamo investiti dal profumo del Panificio Alpino. Tappa tecnica obbligatoria per caffè, bagno e, già che siamo lì, una brioche.

Si parte nel bosco, i raggi di sole che si fanno spazio tra i rami degli alberi. Salita regolare, gruppi sul pezzo, inversioni più sicure, e da una mandria disordinata diventiamo una fila indiana. Si passa dal rifugio Guido Rey dove ci rifocilliamo con frutta secca, cioccolata, e un buon the caldo. La bellezza del posto ci colpisce, e inevitabilmente scappano foto e video (Stefano caccia la macchinona per immortalare le nostre smorfie affaticate). Arriviamo alla prima meta: casotto delle vecchie piste sotto Rocher de la Garde – quota 2040 m. È ancora presto, sono circa le 11:00, ma ovviamente il meritato panino si gusta comunque.

Prima discesa nel bosco, manto nevoso morbido e soddisfacente, ma con una nota negativa: la neve più umida crea zoccoli sotto alcuni sci, ma arriva in soccorso Sara con la sciolina per salvare la discesa!

Un centinaio di metri più giù ci si ferma, si ripella, e si riparte. Oramai il ripellaggio viene più facile e siamo pronti ad affrontare la seconda salita, 2-300 m, fino al vecchio arrivo dello skilift sopra il rifugio. In vetta il panorama è stupendo, ma il vento decide che non siamo lì per stare comodi, continue raffiche ci riempiono di neve. Restiamo giusto il tempo per una foto veloce e via.

Appena un po’ più protetti, nascosti in un boschetto, arriva la parte “didattica”: lezione di stratigrafia del manto nevoso. Filippo, preciso e paziente, ci mostra come individuare e analizzare gli strati nevosi, capendo gli effetti del vento, delle temperature e quali possano essere i punti deboli, i “piani di scorrimento”.

Terminata la lezione, tutti un po’ più infreddoliti, eravamo riparati dal vento ma non troppo, si riprende la discesa, questa volta più tecnica e su neve più irregolare: ancora qualche lembo di farina, poi crosta non portante, crosta portante, e tratti ghiacciati. È stata dura: gambe rigide e bastoncini volanti. Per fortuna Martina mi ha salvata illuminandomi su come piantare i bastoncini (non scontato), e improvvisamente tutto è diventato più fluido – Che stia iniziando a capire come usarli? Chissà

Rientro al pullman, banchetto collettivo, e (ovviamente) attività già caricata su Strava. Perché si sa: “se non lo carichi, non l’hai fatto“.

Giorgia Giambenini

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SSA.1 Uscita 3 – 1 Febbraio 2026: Ghincia Pastour

UNA COSA DIVERTENTE CHE NON FARÒ MAI PIÙ

Da Crissolo a Ghincia Pastour, discesa su Pian della Regina.

Non mi riferisco alla sveglia puntata sempre troppo presto, una mezz’ora di margine abbondante da impiegare o in una proficua colazione o in un’eterna lotta con le lenti a contatto.

Non alludo neanche ai nauseabondi tornanti, amplificati dalla statura imponente del pullman che inesorabilmente si arrampica lungo la valle del Po.

Non mi posso decisamente lamentare dell’aria fresca ed effervescente naturale che ci accoglie a Crissolo, o del cielo blu savoia che premia chi ha superato le nubi che coprono la pianura laggiù.

Tutti ringraziano del bel sole che inizialmente filtra attraverso i rami degli alberi per poi abbracciarci calorosamente una volta raggiunta Borgata Fournai. Qui scappa il primo vero sorriso della giornata, una volta che si riconosce la punta della corona di Sua Maestà, ancora indifferente alla colorata marmaglia che approccia i suoi confini. Indubbiamente, non è di questo che mi rammarico.

La salita si snoda piacevolmente lungo il pendio tra la Comba delle Contesse e Tampa Giasset, tra ripassi di tecnica d’ascensione, esercitazioni di cartografia e interrogazioni di nivologia; di quest’ultima sono rimandato al prossimo appello ma non ho nulla da recriminare in merito.

Una volta al colle, appena sotto l’impianto del Granero Lungo, si offre il menù della giornata: per chi desidera mantenersi leggero si puntano gli sci verso Monte Granè, solido alla nostra destra, per i più affamati si va dritti a Ghincia Pastour. Mi preme rassicurare Roberto, mia guida e mio motivatore, che lo stomaco è abbastanza forte per la portata principale. Non è stata la fatica dell’ultimo strappo a dare il titolo a questo racconto.

La meta è una balconata sul Monviso e i suoi più intimi compagni; escono fuori i telefoni, si chiedono fotografie, qualcuno assicura che anche il Re di pietra ha accennato un sorriso, con sguardo benevolo verso l’allegra comitiva venuta a rendergli omaggio. Di certo non mugugno per tale spettacolo!

Rapido appello, ultime raccomandazioni, studio del pendio e delle traiettorie dei primi volenterosi: si scende! Qualcuno, forse proprio gli sci, raccomanda attenzione alle pietre, non ci vuole molto a capire perché. Cambio di pendenza,  preso ritmo, un bel ghigno di chi pregusta una discesa divertente. Toc! Roccia. Stesso ghigno nella neve. Pollicione in su per rassicurare chi sta a monte. Mi guardo intorno e lo sci destro non c’è più. Sparito. Vani i generosi tentativi di chi, impugnata la pala, svanga fino al terreno una buona fetta di pendio. Dello sventurato non c’è traccia.

L’altro sventurato, che potrebbe essere chi sta scrivendo, si avventura in un’ inedita combinata nordica che include: pinguinata sui punti più scoscesi, corsa con scarponi in piano e discesa su una gamba sola, in sicura con due istruttori a fare da freno. Tutto documentato, Paganini non ripete. L’arrivo a Crissolo è un misto di imbarazzo e fatica, ma soprattutto di forte gratitudine verso chi, con competenza, passione e spirito di servizio, impegna il proprio tempo a insegnare e trasmettere i valori della montagna, con il metodo più efficace: l’esempio.

Ecco, immagino abbiate capito quale sia stata la cosa divertente, ve lo assicuro, che non ripeterei più: a buon intenditore, poche parole. Tutto il resto ci si augura di viverlo più e più volte ancora.

Alessandro Cogorno

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SSA.1 Uscita 2 – 18 Gennaio 2026: TÊTE DE CRÉVACOL

Mais où sont les neiges d’antan?

«Dove sono le nevi di un tempo?».
Non è il lamento di uno sci alpinista francese per il riscaldamento globale. È il ritornello dalla Ballata delle dame del tempo che fu, scritta da François Villon, poeta francese del 1400.
Se voleste leggerla integralmente la trovate qui:
https://www.lestroverso.it/ballata-delle-dame-di-un-tempo-che-fu/

La struttura della ballata è semplice: alla domanda, ripetuta in ogni strofa, “dove sono finite le dame un tempo famose”, la risposta è sempre la stessa: «Dove sono le nevi di un tempo?».
La neve è eletta a esempio di caducità, di effimero, metafora di tutto ciò che si dissolve nel tempo: la bellezza delle dame, la gloria dei cavalieri, la giovinezza stessa, si sono sciolte come neve al sole, lasciando solo l’eco nella memoria.
Tema che si ritrova, con altri accenti, nel verso “Rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”, che chiude il romanzo “Il nome della rosa”, di Umberto Eco, e che al romanzo dà il titolo: di tutte le cose scomparse ci rimangono solo i nomi.
Il richiamo alla neve è evocativo, per noi che ci passiamo le giornate su quel manto che non solo – come ribadiscono in ogni occasione gli istruttori – cambia anche nella stessa giornata, ma ogni stagione è nuovo e si è formato in maniera diversa. Quando rifacciamo la stessa gita, le serpentine disegnate sui pendii, le guche con cui abbiamo colmato i dislivelli in salita, non sono più sullo stesso manto. E questo contribuisce a rendere il percorso più affascinante di un’autostrada…
Lo so, abbiamo iniziato volando alto, ma dovete capirmi: la Tête de Crévacol l’avevo relazionata come seconda gita del 2024, la trovate sul sito. Potevo copiare pari pari la relazione, e magari nessuno se ne sarebbe accorto… ma ho deciso di essere originale.

Purtroppo il rischio valanghe oggi è elevato, grado 4 su praticamente tutto il versante piemontese, e questo limita la fantasia nella scelta delle mete. Quindi si va sul sicuro.
La gita è priva di particolare fascino e slanci epici che entusiasmino il cronista: tempo uggiosetto, un millino scarso di dislivello senza strappi o difficoltà tecniche, ideale per impratichirsi con le inversioni e fare fiato e gambe.
Io adotto la mia classica condotta di gita: parto nel gruppo di testa e mi faccio superare da tutti; amici che non vedo da mesi, nuove conoscenze, mi affiancano, qualche chiacchiera, il racconto delle esperienze estive, dell’Africa che ho lasciato alle spalle una settimana fa e che porto nel cuore. E poi la faccia si trasforma in un culo, che si allontana…
Ritrovo tutto il gruppo compatto in punta, intorno al bivacco Leopoldo Deffeyes, a quota 2.599.

La discesa non è male, neve a tratti farinosa, peccato qualche folata di nebbia che ogni tanto riduce visibilità e godimento.
Si fanno i compiti con la ricerca Arva, e poi ricreazione con le libagioni.

Ormai da qualche anno nella prima relazione riporto alcuni dati statistici: alla scuola quest’anno sono stati ammessi 42 allievi; 26 uomini e 16 donne. Continua la prevalenza maschile, che purtroppo col passaggio dall’SA1 al corso avanzato SA2 negli ultimi anni si è incrementata drasticamente. Sono numeri sostanzialmente in continuità rispetto allo scorso anno. Ma le differenze vengono ora: età media circa 26 anni, l’altr’anno 30. I membri della generazione Z (nati tra il 1997 e il 2012) annoverano ben 26 esponenti, lo scorso anno erano 16, e mi parevano già tanti. Un assalto di giovani, il che non può che essere un’ottima notizia, se non fosse che me li vedrò schizzare accanto in salita ed in discesa come assatanati guerrieri masai…

Nota conclusiva: le iscrizioni si sono chiuse in 52 secondi. Manco il concerto di Vasco.
Tornando a Villon, le nevi di Crevacol si scioglieranno presto (speriamo non troppo presto). Le serpentine che abbiamo appena tracciato non esisteranno più, cancellate dal vento, dal passaggio altrui. Ma i ricordi no: e soprattutto per chi è agli esordi dell’avventura dello sci alpinismo e inizia ad essere conquistato da quel manto bianco che, pur fugace, regala attimi eterni.

Cavùr

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SSA.1 Uscita 1 – 11 Gennaio 2026: Viola – Saint Gréé

Quota: 1.879 m
Dislivello: 280+50 m 

Cronaca della giornata

In assenza del nostro “Cavour”, eccomi a raccontare la prima uscita del corso SA1 2026.
Partenza all’alba, direzione Viola – Saint Gréé. I gruppi sono stati fatti, anche se i nomi non si legano ancora bene alle facce. L’entusiasmo però è alle stelle: prima gita e prova su pista.

Gli impianti, aperti in anticipo apposta per noi mattinieri, ci permettono di rispettare la tabella di marcia. Seggiovia, skilift… e una volta in cima, lo spettacolo: una vista sul mare incredibile, fino alla Corsica!
Qualche pista per scaldarci e poi arriva la temuta prova di discesa. Uno alla volta, sotto gli occhi degli istruttori. Poveri gli ultimi in ordine alfabetico: congelati nell’attesa del loro turno!

Finalmente si passa alle cose serie. Tornati al punto più alto del comprensorio, inizia la nostra gita: un primo tratto di neve fresca e poi un po’ di bosco. Quando tutti i gruppi sono arrivati in fondo, si mettono le pelli per la risalita… o almeno, quasi tutti.
Si dà il caso che qualcuno le abbia lasciate sul bus. Il povero Robi, istruttore sfortunato, dopo aver consultato gli altri ed essersi reso conto che non c’erano pelli extra, si rassegna: salirà con gli sci sulle spalle per pietà del suo allievo smemorato. Direzione Bric Mindino, 280 m di dislivello (direi che a Robi poteva andare decisamente peggio). Arrivati in cima, pausa con vista mare.

Dopo la pausa, discesa tra punti di neve fantastici e qualche lastra, chi con sicurezza e chi no. Per tornare alle piste, tocca ripellare per altri 50 metri: qui 1 allievo su 5 ha problemi con attacchi e ski stopper congelati. C’è chi finisce per salire con uno sci suo e uno prestato da un istruttore.
Ultima sciata in pista e poi tutti al bus a festeggiare.

Morale della giornata:

Le pelli non sono un optional. E le birre per Robi, per farsi perdonare, nemmeno.

PS: L’allieva senza pelli ero io… e anche quella a cui hanno dovuto prestare uno sci perché l’attacco era ghiacciato.

a presto !


Clelia

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